“La democrazia in Europa è stata sospesa e sconfitta dal capitalismo”

Pubblichiamo la traduzione dell’intervista al professor Boaventura de Sousa Santos, intellettuale portoghese diventato uno dei referenti dei movimenti sociali di questi anni. L’intervista è stata pubblicata sul giornale on-line spagnolo Publico, il 16 giugno 2013. L’autrice dell’intervista è Ana Pardo de Vera. 

Boaventura_Sousa_SantosBoaventura de Sousa Santos è dottore in Sociologia del Diritto presso l’Università di Yale, e professore di sociologia all’Università di Coimbra. Questo fine settimana è a Madrid con l’Università Popolare dei Movimenti Sociali (UPMS), per un’iniziativa che arriva per la prima volta in Spagna e che riunirà per due giorni più di 40 collettivi e movimenti sociali, oltre a professori universitari e artisti di vari paesi, il tutto alla ricerca di formule per organizzarsi e ricostruire il malandato sistema democratico europeo.

Si può dire già che il progetto dell’Unione Europea è fallito?

Sí. L’ Unione Europea era un progetto di coesione sociale per creare un blocco nuovo e forte; un blocco economico, politico e sociale, con politiche di coesione molto importanti. L’UE venne concepita con due idee molto potenti: evitare di ricadere nelle guerre mondiali, provocate entrambe dallo stesso paese, ed eliminare le periferie che esistevano dal secolo XV: i paesi nordici, il sud Europa (Portogallo, Spagna ed Italia), il sud-est (Balcani e Grecia) e l’est europeo.

Il progetto europeo doveva poner fine a queste periferie, con politiche molto importanti di fondi strutturali che pretendevano di uniformare la ricchezza in Europa. In questo senso, il progetto è fallito. In molti sospettavamo che questo sarebbe successo, perché l’esistenza stessa di queste periferie veniva da troppo lontano nel tempo. Tuttavia, nei primi anni di integrazione europea sembrava che l’ UE funzionasse: per esempio, in Portogallo il reddito medio raggiunse il 75% di quello europeo nel 2000; all’improvviso però tutto il processo è fallito ed i paesi periferici sono tornati ad essere trattati come tali. Da allora la logica collettiva di costruzione sociale, economica e politica si è trasformata in una dinamica di centro-periferia che domina su tutte le altre logiche.  Una logica nella quale peraltro il centro non è costituito dalla Commissione Europea, ma dalla Germania.

L’UE deve reinventarsi, bisogna reinventarla. Altrimenti il futuro in Europa si presenta molto oscuro.

Ed il progetto dell’euro? A che punto sta?

La domanda sul progetto dell’euro non è se sia fallito o meno, bensì cosa si pretendeva con questo. E in questo caso,è stato una trappola fin dall’inizio, perché l’euro è stata una delle forme con cui il neoliberismo internazionale è penetrato in Europa, che fino ad allora era stata il bastione della difesa dello Stato Sociale; l’unico continente dove il neoliberismo non era entrato grazie alla presenza nei suoi paesi di partiti socialisti e – a volte anche all’opposizione – partiti comunisti, entrambi molto forti.

“L’euro è stato una delle forme con cui il neo-liberismo internazionale è penetrato in Europa, che fino ad allora era stata il bastione della difesa dello Stato Sociale”

I partiti venivano da una tradizione socialdemocratica molto radicata che esigeva educazione pubblica, sanità pubblica, sistemi di pensioni pubbliche. La resistenza a che il neoliberismo entrasse in ogni paese europeo era molto forte. Perciò lo ha fatto entrando dall’alto: attraverso la Commissione all’inizio, per la Banca Centrale Europea (BCE) successivamente, e infine con l’euro.

Attraverso la costruzione neoliberista dell’euro e la BCE, il paese dominante fino ad allora – la Germania – ha posto le sue regole e la moneta viene definita nel suo valore internazionale in base agli interessi economici della Germania, e non in base a quelli della Spagna o del Portogallo per esempio. Ai paesi del sud, incredibilmente, non è mai venuta l’idea che questo sarebbe potuto succedere, perché hanno creduto di trovarsi in un blocco politico ed economico, nel quale non esisteva debito greco o spagnolo o portoghese, bensì che esisteva coesione e non ci sarebbe mai stata speculazione.

Tuttavia, per fare gli interessi delle sue banche, la Germania ha deciso che si sarebbe continuato ad avere debito greco, irlandese, portoghese e spagnolo. Ciò ha portato questi paesi a essere moto deboli, senza che l’Europa gli abbia dato garanzie e promuovendo in questo modo la speculazione finanziaria perché si è diffusa l’idea che questi paesi sarebbero usciti dalla crisi solo dopo un intervento brutale.

Un intervento che non è servito a niente e della cui inefficacia iniziano a riconoscere anche quelli che lo hanno imposto. Siamo di fronte a un’improvvisazione o il gioco è ben calcolato? 

È più tragico ancora, perché non è niente di nuovo. Il problema dell’Europa è che non ha niente da insegnare al mondo e non è capace di imparare dal mondo. Niente da insegnare perché l’assenza di idee, novità o alternative qui è totale, e niente da imparare perché l’arroganza coloniale di questo continente è assoluta e non gli permette imparare. Per esempio, quando diciamo: “in Brasile, Argentina o Equador hanno fatto così”, subito ci rispondiamo: “si però sono paesi meno sviluppati”.

Abbiamo ancora questo sentimento di superiorità?

Continuiamo con questa arroganza coloniale, si. E non lo prendiamo sul serio però è esattamente questo che ha detto l’FMI oggi, lo ha detto in Tanzania, Mozambico e Indonesia prima, lo conosco bene. Il fatto di applicare misure e poi riconoscere che sono state eccessive. E’ un comportamento ricorrente. Ed un’agenzia che ha applicato misure che hanno generato tanta povertà e sofferenza nei paesi, dovrebbe essere chiamata davanti un tribunale; e non dico per un delitto criminale, ma almeno per negligenza.

Non c’è ombra di rettifica…

Nessuna. Inoltre all’UE non piace che l’FMI ritratti, perché è impegnata nelle politiche di austerità e se in germania si percepisce che sono negative,  Angela Merkel può perdere le elezioni tedesche. Tutto è organizzato in modo tale che niente cambi fino alle elezioni tedesche.

E noi cittadini colpiti dai tagli, che possiamo fare? Dobbiamo aspettare le elezioni tedesche per fare pressione sui nostri governi affinchè facciano qualcosa? 

I governi non faranno niente, perché come ho detto sono del tutto dipendenti dal mandato tedesco. E anche se la gente rifiuta questo, non lo fa in maniera forte ed articolata. Questo fine settimana, con il progetto dell’Università Popolare dei Movimenti Sociali (UPMS), stiamo cercando di capire come si può resistere, conoscendo le differenze fra i vari gruppi, verificando perché alcuni sono più interessati ad una misura ed altri ad un’altra, o perché alcuni credono sia necessario formare un partito ed altri no.

La settimana scorsa, in Portogallo, ho lavorato ad una iniziativa con l’ex presidente della Repubblica, Mario Soares, attraverso la quale abbiamo riunito 600 persone in una sala per chiedere le dimissioni del governo attuale, elezioni anticipate ed un governo di sinistra. È stata la prima volta, dal 25 aprile 1974 (la rivoluzione dei garofani n.d.t), che siamo riusciti a unire rappresentanti del Partito Comunista, del Socialista e del Blocco di Sinistra per formare una alternativa di sinistra. Anche se sapevamo che per motivi storici è molto difficile riuscirci.

Come in Spagna…

Qui anche, qui anche … E in Portogallo, alla fine, ci siamo resi conto che non ci sarebbe mai stata una alternativa di sinistra. Perché? Perché da un lato il Blocco di Sinistra e il Partito Comunista vogliono rinegoziare il debito, concludendo inoltre che una parte di questo debito non si può pagare a costo di impoverire le prossime generazioni

Dall’altra parte il Partito Socialista, che è dominato dalla logica del neoliberismo da tempo, vuole essere Governo e non punta a rinegoziare il debito. Bisogna pagarlo tutto, secondo lui, anche se negoziando sui tempi.

E lì fallisce l’obiettivo di riunire la sinistra

Si, li si interrompe.

Come vede in Spagna i partiti di sinistra?

La stessa divisione, anche se in Portogallo è più grave. Lei sa chi sono stati gli invitati spagnoli alla riunione del Club Bilderberg ad Hertfordshire (Regno Unito) ?

Il ministro dell’Economía Luis de Guindos; il consigliere delegato del Grupo Prisa Juan Luis Cebrián; quello di Inditex Pablo Isla.. Perché?

Perché la partecipazione dal Portogallo è stata molto interessante ed illustrativa sul futuro: sono andati al Bilderberg il segretario del Partito Socialista ed il segretario del partito di destra che sta al governo. Questo vuol dire che l’elite internazionale ha già deciso le elezioni.

I portoghesi lavoreranno fino alle prossime elezioni perché vi sia un governo di sinistra -poveri stupidi!-, ma le elezioni sono già state decise. Per questo io credo che in Europa entreremo in un periodo sempre più duro e con più tagli; io lo chiamo un periodo post-istituzionale perché ormai le istituzioni dello Stato non rispondono e la gente non si sente rappresentata.

Che ci possiamo aspettare da un periodo così?

Sarà un periodo turbolento e lungo, secondo me, e sarà una lotta per la ridefinizione della democrazia. Non è un caso che i giovani qui in Spagna ed in Portogallo parlino di Democracia Real e si appellino alla Democracia Ya (Democrazia Ora!), perché la democrazia in Europa è sospesa e sconfitta. C’è stato un conflitto fra democrazia rappresentativa e capitalismo…ed ha vinto il capitale.

C’è qualche possibilità che la democrazia venga di nuovo abbattuta? (n.d.t. una dittatura)

Solo se il capitalismo avrà paura. Fino ad ora, le banche sono state salvate con soldi pubblici, però non sarò possibile salvarli di nuovo nello stesso modo un’altra volta. A meno che i cittadini non vengano ridotti alla condizione di  schiavi. Potrebbe esserci una catastrofe e noi dobbiamo lottare prima che arrivi, cercando tutti gli errori che si sono commessi nelle politiche progressiste in Europa. Per esempio, il fatto di credere che solo un piccolo gruppo in ogni paese fosse politicizzato: i membri dei partiti, le ONG e i movimenti sociali. Il resto dei cittadini era una massa informe, depoliticizzati, che non avevano nessuna rilevanza politica, e che però sono quelli che oggi sono scesi in piazza.

Da loro verrà fuori il futuro; la trasformazione democratica verrà fuori dalle proteste degli indignados: pensionati, giovani, medici, professionisti…il che implica anche una unione intergenerazionale che prima non c’era e che devono portare avanti una rivoluzione democratica; ne abbiamo bisogno per non arrivare alla catastrofe.

15M-Puerta-del-Sol-2011Come si porta avanti una rivoluzione democratica nella situazione attuale? Che significato ha al di là dei termini?

Significa democratizzare la democrazia attraverso un movimento popolare molto forte, che a volte risulterà violento, anche se mai contro le persone, e a volte risulterà illegale perché una delle caratteristiche degli stati neoliberisti è di essere sempre più repressivi.

Anche il movimento 15-M (il movimento degli indignati spagnoli n.d.t.) nel suo insieme? C’è chi ha la percezione che il movimento, nato con molto impeto, si sia andato sgonfiando e perdendo forza. Forse perché la Spagna è un paese rassegnato?

Non credo che siamo, e includo il mio paese, il Portogallo, paesi rassegnati bensì che abbiamo vissuto più di 40 anni di dittatura, 48 nel mio paese, più che in Spagna. Nel frattempo passavano al nostro lato i movimenti europei di partecipazione politica (movimenti studenteschi, quello del 1968, per la liberazione delle colonie).

Eravamo molto isolati e per questo oggi i nostri paesi non hanno la cultura democratica della resistenza. Inoltre ci sono elementi congiunturali che influiscono sui movimenti, e per esempio non possiamo credere che le piazze si riempiano allo stesso modo in inverno o in primavera ed estate.

Inoltre, i movimenti man mano che maturano si dividono: c’è gente concentrata sugli sfratti, altri sul diritto alla sanità; gente che crede si debba creare un partito, altri che no; persone che parlano di formare consigli popolari, forme di controllo cittadino…

E come si organizza tutto questo?

La rivoluzione democratica avrà due obiettivi: cambiare la democrazia rappresentativa neoliberista attraverso un cambiamento del sistema politico, e quindi dei partiti. Dovrà esserci la partecipazione di independenti nel sistema politico, nel finanziamento ai partiti, nel sistema elettorale.

C’è molto da fare, ma bisogna soprattutto ricordare che la riforma non arriverà mai dai partiti, bensì dai cittadini. La democrazia rappresentativa risultante, della quale abbiamo già esperienza fuori dall’Europa, porterà nuove forme di partecipazione: referendum, consigli popolari, insomma, democrazia diretta che controlli gli eletti, che vada più in là dell’autorizzazione a governare. Tutto questo dovrà arrivare da cittadini organizzati, ed il problema è che ora non siamo organizzati.

Si riferisce al movimento degli indignati? Che critica si sente di fargli?

Ne ho varie. Per prima cosa, faccio una critica alle assemblee dove si prendono decisioni per consenso, che possono diventare decisamente paralizzanti perché una piccola minoranza può impedire qualsiasi decisione. Poi il sistema di grande autonomia individuale (ognuno decide quando entra e quando se ne va, per esempio) e che è più somigliante al neoliberismo di quello che pensano. Un movimento non si costruisce sull’autonomia individuale ma su quella collettiva. E non ce l’hanno. Terza cosa, una caratteristica che stiamo vedendo soprattutto negli accampati negli USA e anche qui: che ha più legittimità chi rimane più tempo accampato in piazza. Non considerano il fatto che c’è gente molto buona e che però deve andare al lavoro o a casa dai figli. Sono forse meno legittimi per questo? No perché rimanere più tempo in una piazza non è un criterio di legittimità democratica.

Tutto questo non ha impedito al movimento di crescere ancor di più?

Io lavoro con loro come intellettuale di retroguardia, come mi considero, e credo che in questo momento non siano un movimento. Sono presenze che hanno proposte molto concrete e li capisco, perché è tutto il sistema ad essere marcio e loro vogliono ricostruirlo dal basso. Per farlo chiedono una nuova Costituzione e questo è certamente positivo, chiedono una nuova Costituzione che ritiri il monopolio della rappresentanza politica ai partiti, che stabilisca differenti forme di proprietà, più in là di quella statale e privata -si sono perse le forme di proprietà comunale o cooperativa, per esempio – che riorganizzi totalmente il sistema giudiziario, e che stabilisca una formula per difendersi dalla speculazione finanziaria e dai debiti che non si possono pagare.

Questo debito è precisamente l’alibi per imporre le politiche di austerità…

Guardi a ciò che succede in Portogallo, con un debito al 130% del PIL e la disoccupazione che cresce ed una recessione sempre peggiore. Chi governa lo sa, e per questo io sono sempre più convinto che questa non sia una crisi.  Dobbiamo lottare anche per i termini del dibattito, perché questa non è una crisi: è una grande manovra del capitalismo internazionale finanziario per distruggere l’ultima fortezza di protezione sociale e lavoro con diritti che esisteva nel mondo (l’Europa). Il rimedio alla crisi sta peggiorando la crisi, in sostanmza il medico sta uccidendo il malato.

E la cosa peggiore è che non necessariamente con quanta più crisi c’è, maggiori proteste ci sono. Ci sono livelli di crisi così grandi e con gente così impoverita, c0sì depressa, che non scende più in piazza. Gente che si suicida, che prende ansiolitici, che interiorizza la crisi contro se stessa. Stiamo entrando in questo processo. Per questo io credo che questo sarà un anno deicisivo per sapere se abbiamo abbastanza energie e se riusciremo a rivoltare tutto questo.

Questo è ciò che faremo questo fine settimana alla UPMS, vedere se possiamo articolare qualcosa per creare turbolenze tali che non permettano a questi governi di continuare a governare.

(traduzione di Lorenzo Pasqualini)

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