Europa del sud, una generazione senza lavoro: l’articolo del Guardian

A seguire pubblichiamo la traduzione di un articolo uscito sul giornale inglese Guardian a firma di Jon Henley, sulla situazione della gioventù europea, con riferimento alla disoccupazione giovanile in Italia, Spagna e Grecia. L’articolo è stato pubblicato in lingua spagnola anche su El Pais, ed in lingua italiana sul quotidiano La Stampa. Segue la versione integrale tratta da El Pais.




disoccupazione-giovanile“Per tutta la vita”, dice Argyro Paraskeva, “ti hanno detto che sei un fortunato. Il futuro ti aspetta: brillante e tuo. Hai un titolo! Avrai un buon lavoro ed una vita magnifica. E poi all’improvviso ti accorgi che non è vero“.

O non così all’improvviso. Paraskeva è uscito dall’Università di Salonicco cinque anni fa con una laurea in biologia molecolare. A parte alcune ripetizioni, stesure di lavori e un breve periodo sfortunato in un laboratorio medico, non ha più lavorato da allora.

Mentre si prende un tè freddo in un caffè soleggiato nella seconda città della Grecia, Paraskeva assicura di aver scritto letteralmente centinaia di lettere. Ogni pochi mesi, una nuova serie: a laboratori, ospedali, cliniche, imprese. Le consegna a mano, in tutta la regione. Ha avuto tre colloqui. “Andrò in ogni parte”, afferma. “Ormai non posso prendermi il lusso di pensare di poter scegliere. Se qualcuno vuole una professoressa, andrò. Se vogliono una segretaria, andrò. E se vogliono un’aiutante di laboratorio, andrò”.

E lo farebbe anche una innumerevole quantità di altri giovani europei. Secondo i dati pubblicati lunedì, più di 5 milioni e mezzo di under 25 sono senza lavoro, e il loro numero aumenta inesorabilmente mese dopo mese. Sono stati chiamati “la generazione perduta”, una legione di giovani, spesso molto qualificati, che entrano in un mercato del lavoro che offre ben poche speranze di trovare un lavoro, e non parliamo di un lavoro per il quale si siano formati.

I leader europei hanno promesso la scorsa settimana di spendere 6 miliardi di euro in due anni per finanziare la creazione di impiego, la formazione e l’apprendimento per giovani, in un tentativo di far fronte a un flagello che ha raggiunto proporzioni storiche. Questa settimana, Angela Merkel convocherà un vertice sulla disoccupazione per affrontare il problema. Tuttavia le cifre continuano ad aumentare.




In Grecia, il 59,2% dei minori di 25 anni sono disoccupati. In Spagna la disoccupazione giovanile è al 56,5% ed in Italia raggiunge il 40%.

Per il ministro del lavoro italiano Enrico Giovannini, questo è un disastro ancora più scioccante perché sta colpendo la generazione più formata: in Spagna circa il 40% dei ventenni e dei giovani che hanno poco più di 30 anni hanno titoli; in grecia sono il 30%, ed in Italia più del 20%.

La crisi è ancora più grave se si pensa alle sue ripercussioni: sono spesso giovani senza pensioni, senza contributi, con capacità sempre più limitate di restare indipendenti. L’alta disoccupazione giovanile non significa solo problemi sociali e produttività sprecata; significa che gli indici di natalità diminuiscono e la tensione intergenerazionale fra i padri e i figli trentenni aumenta. “Una distruzione generalizzata di capitale umano”, afferma il cattedratico dell’Università di Bologna.

“Una distruzione generalizzata di capitale umano”

Nei primi tre anni dell’anno passato, Paraskeva ha guadagnato 300 euro, poi 250 e infine niente. Spende “30 euro a settimana, al massimo, soprattutto soldi dei miei genitori”. Non ha diritto a sussidi di disoccupazione perché quel poco che ha lavorato lo ha fatto in nero. Per questo, con i suoi 29 anni, continua a vivere con i genitori. I suoi sono malati ma per fortuna entrambi continuano a lavorare ed hanno copertura sanitaria.

disoccupazione_giovaniParaskeva, essendosi registrata ai centri di impiego, riesce ad ottenere sconti e alcune entrate gratuite nei festival cinematografici di Salonicco. Frequenta classi per disoccupati, vede gli amici (anche se la maggior parte è emigrata all’estero). “Devi trovare una routine”, dice. “Abbiamo bisogno di una routine. E di conoscere persone come te, questo è molto importante. Devi realizzare che non è colpa tua, che non hai sbagliato niente, che tutti sono nella stessa situazione”. Però a volte, nonostante questo, “ti svegli la mattina e ti sembra che…non ha nessun senso alzarti dal letto”.

Sporadicamente, questa insopportabile frustrazione fa che la rabbia esploda nelle strade

Gli indignati spagnoli, le manifestazioni vicine alla rivolta che ci sono state in questi mesi ad Atene ed il grande movimento portoghese (di questi giorni la notizia della dimissione di due ministri portoghesi dopo lo sciopero generale del 27 giugno n.d.t.). Il mese scorso, migliaia di persone hanno manifestato a Roma per chiedere che vengano prese misure per la disoccupazione senza precedenti. Ma nel frattempo, è probabile che i giovani semplicemente si confrontino con i loro problemi con un miscuglio di tristezza e rassegnazione.

Vasilis Stolis, di 27 anni, ha una laurea magistrale in scienze politiche e – a parte qualche notte in cui lavorava suonando il bouzouki nei ristoranti fino a che il lavoro terminò – è disoccupato dal 2010. “A volte, lo dico sinceramente, mi sento molto male”, dice. Stolis vive in un appartamento di suo nonno. I suoi, altri membri della famiglia e “chiunque abbia uno stipendio, in sostanza”, collaborano per aiutarlo con i circa 350 euro al mese di cui vive. “Sinceramente, a volte è una miseria”, dice. “Paghi le bollette. Esci con una ragazza che ti piace, e la puoi invitare solo a prendersi qualcosa da bere. Non puoi andare al cinema, e neanche in vacanza”.




Se la maggior parte dei giovani nei paesi più colpiti – Grecia, Spagna, Italia e Portogallo – sta andando avanti, dev’essere almeno in parte grazie a vincoli familiari incredibilmente resistenti e stretti.

In molti continuano a vivere nella casa dei genitori o vivono – come Vasilis – in case che sono di proprietà di qualche familiare, e con l’aiuto economico dei genitori.

“La famiglia”, assicura Andrea Pareschi, un ventunenne laureato in scienze politiche a Bologna, “è diventata il principale sistema di protezione sociale”. (Questo finché vengono mantenuti i salari, le pensioni e i sussidi, chiaramente: e almeno in Grecia, nel settore pubblico, stanno sparendo abbastanza rapidamente).  Il padre di Stolis, che lavora nel servizio sanitario, si è visto abbassare il salario da 2500 a 1500 euro al mese.

Una maniera di rimandare il problema è allungare gli studi. “Finché studi, hai qualcosa da fare”, dice Sylvia Melchiorre, di 26 anni, che si è laureata all’Università di Bologna, la più antica d’Italia, e che ha svolto 12 mesi come  au-pair a Parigi, e che è tornata per studiare ancora altri due anni lingue e letteratura.26-10-12 desempleo record espana(1)

Il suo ragazzo, Daniele Bitetti, anche lui di 26 anni, farà domanda per un dottorato in geografia umana a meno che non trovi lavori in breve tempo. la coppia, entrambi pugliesi, paga 300 euro di affitto più spese, che pagano grazie all’aiuto dei genitori che inviano ad ognuno di loro 600 euro al mese. “Studiare almeno ti fa sentire che stai facendo qualcosa”, dice Melchiorre. “Studi tre anni, poi altri due, e poi, Dio mio, e poi cosa? Un master, un dottorato…e non trovi mai un lavoro una volta finito”.

Altri stanno semplicemente facendo le valige e se ne stanno andando via: in questa crisi i giovani europei stanno emigrando in un numero senza precedenti. Più di 120 mila medici appena laureati, ingegneri, ricercatori se ne sono andati dalla Grecia dal 2010, ha scoperto uno studio dell’Università di Salonicco.

È una perdita terribile per il paese”, dice Sofia Papadimitriou, che ha fatto domanda per studiare bioinformatica in Olanda l’anno prossimo. “Forma tutti questi cervelli e loro se ne vanno. Il governo dice che torneranno, ma io non ne sono così sicura”.

Nei decenni passati, dopo la II Guerra Mondiale, fra gli anni ’60 e ’70, gli emigranti italiani erano soprattutto lavoratori non qualificati che fuggivano da una vita di povertà.

L’anno scorso, l’emigrazione dall’Italia è aumentata di un 30%. La metà di quelli che se ne sono andati aveva fra i 20 e i 40 anni, e rispetto al decennio precedente, avevano un titolo il doppio degli emigranti. In Spagna, il ministro del lavoro calcola che più di 300 mila persone con meno di 30 anni se ne sono andate dal paese dopo la crisi del 2008. Circa un 68% ci sta pensando seriamente, secondo uno studio della Commissione Europea. Fra loro c’è Lucía Parejo-Bravo, 22 anni, che lascerà l’Università di Malaga il prossimo mese con un titolo di imprenditrice e con la ferma intenzione di trovar lavoro in Germania, dove ha studiato per un anno. “La maggior parte dei miei amici se n’è andata: negli USA, regno Unito, Sud America, Asia, Scandinavia e Canadá”, assicura. “Rimanere qui vuol dire lottare – intendo lottare davvero – per trovare un lavoro. Se miracolosamente ne trovi uno, è per 600 euro al mese. O di meno, se ti fanno lavorare come autonomo”.

Il problema concreto della Spagna è che degli 1,8 milioni di under 30 che stanno cercando lavoro, più della metà hanno una scarsa qualificazione in quanto, vittime dell’esplosione della bolla immobiliare, abbandonarono gli studi per guadagnare 2000 euro al mese nel settore delle costruzioni.

Oggigiorno questi lavori sono scomparsi e non torneranno prima di molti anni. Però nel frattempo, dice David Triguero di 27 anni, in compagnia di alcuni amici nella affollatissima spiaggia de las Acacias a Málaga, “ci compriamo belle macchine. Mi sono comprato una casa. Qualcuno si è sposato ed ha figli. Il mio lavoro finisce in febbraio. Non vedo futuro. Niente”.

A Víctor Portillo Sánchez le cose non appaiono così tremende ma non vede futuro in Spagna. A 31 anni e con un dottorato ormai in fase di conclusione, non ha nessuna speranza di rimanere in un paese “che sta chiudendo i centri di ricerca aperti solo 5 anni fa”. Portillo va avanti “con l’aiuto dei miei genitori e con i miei risparmi. Però non sembra una buona cosa spendersi i risparmi a 31 anni”. Non ha trovato nessun lavoro da insegnante a tempo determinato, e neanche da cameriere. Per questo, dopo aver discusso la sua tesi quest’estate, se ne andrà.

È contento di andarsene?  Tre, quattro, cinque anni all’estero, afferma Portillo, vanno bene. Anche molto bene, anche se assomiglia più un esilio. “Non credo ci sarà un lavoro per me in Spagna fra 5 anni”, dice. “E neanche fra 10. E questo mi disturba. Mio padre non sta bene di salute”. Questa non è un’avventura, assicura Portillo: “mi dispiace ma non è un anno sabbatico. Se lo avessi deciso io, allora ok. Se mi fossi innamorato, o qualcosa del genere, ok. Però sono obbligato ad andarmene, a guadagnarmi il pane. E può essere che non ritornerò mai. Questo mi preoccupa”.

Questi ragazzi hanno molte cose di cui preoccuparsi. Adesso, è vero, è estate: a Salonicco, a Bologna e a Malaga il sole splende e la spiaggia esercita tutta la sua attrazione. “Siamo giovani, lo sai?” dice Melchiorre a Bologna. “Abbiamo da vivere giorno dopo giorno, abbiamo amici, bar, potrebbe andare peggio”.

Però arriva sempre settembre, e una volta passati alcuni anni, sottolinea  Vera Martinelli, “in realtà non ti senti tanto bene. Lo so perché l’ho vissuto. Ho 33 anni. Settembre è l’epoca dei nuovi inizi. Però per me non lo sarà”. Martinelli vive con suo marito in un appartamento che appartiene a suo nonno, un vecchio professore. Ha un titolo in lingue e letteratura, ha studiato alla Sorbona e ad Oxford, ha realizzato un post-doc, si è formata come insegnante ed ha lavorato tre anni con bambini disabili. La sua prestazione è terminata nel 2011 e da allora la coppia vive del salario di suo marito, di 900 euro al mese, e di un po’ di aiuti sporadici da parte della famiglia, per pagare bollette, assicurazione della macchina eccetera. Vuol fare qualcosa di utile, magari lavorare in una ONG. Ma in realtà in questo momento andrebbe bene qualsiasi cosa. “Voglio solo avere qualcosa da fare tutti i giorni”.

14N-huelga generalLa cosa peggiore, dice, “è quando la gente ti chiede cosa fai e tu non hai risposta”. Sembra che tutto sia diventato oscuro. Non sono più un adolescente: sono sposata. Sono cresciuta nel femminismo, non posso dire ‘sono una sposa’. E non sono neanche un’adulta perché non ho lavoro. Non so cosa sono”.

Quello che tutti loro sanno è che il mondo in cui vivono è cambiato del tutto. E capiscono anche che non potranno arrivare al livello di vita lavorativa di cui hanno goduto i loro genitori e della quale continuano a godere: vite stabili, con lavori a tempo pieno e una pensione. “Potevano scegliere fra molti lavori”, dice Melchiorre. “Potevano anche prendersi del tempo per decidere. Sapevano che avrebbero avuto un lavoro per 40 anni. Adesso sanno che si pensionaranno fra 6 o 7 anni. Adesso, non ho lavoro nè denaro, forse non avrò niente fra 10 anni. Forse non potrò mai andare in pensione”.

Per qualcuno, questo è abbastanza emozionante. “Ogni generazione ha le sue sfide”, dice dice Stefano Onofri, un giovane ottimista di 21 anni che inizierà un master in direzione di impresa internazionale.“Questo è il mondo in cui viviamo, le opportunità non scompaiono, semplicemente cambiano”.

Il suo amico Alessandro Calzolari, di 23 anni, che si trova a metà percorso di un corso di laurea magistrale in fisica teorica, ha chiaro che “tutti dobbiamo diventare imprenditori di noi stessi. Dovremo venderci in continuazione. È abbastanza emozionante. Spaventa, però è emozionante”.

Qualcuno ha già iniziato. Riccardo Vastola, di 28 anni, ha studiato marketing e comunicazione, e ha creato un’impresa musicale nel 2009 che organizza concerti di rock indipendente, eventi e notti in discoteca a Bologna e dintorni. Per il momento è ancora una associazione, ma l’intento è diventare un’impresa nei prossimi mesi.

A Salonicco, Stolis ha creato invece con quattro amici alterhess.gr, un sito alternativo di notizie. Non sta guadagnando, “però è davvero importante per me”, dice. “lavoriamo insieme, e questo ti dà speranza sul futuro.

“Credo che sempre più giovani faranno così, coltivando i propri progetti”

Ormai la gente lo ha capito, il titolo non era la chiave per il prestigio e la sicurezza che tutti dicevano fosse. E non tutti possono essere medico o avvocato o ingegnere”.

Konstantis Sevris, un venticinquenne laureato in scienze politiche, ha avuto un’idea lucrativa: un albergo per giovani dove si noleggiano biciclette, in una città con più di 100 mila studenti che non ne hanno manco una. “Ci ho provato”, dice. “L’ufficio del turismo mi ha detto che non c’erano leggi in grecia che regolamentassero gli alberghi per giovani. Puoi avere alberghi o stanze in affitto. Ci sono molte pazzie qui in questa Grecia”.

Ma non tutti sono pronti a un mondo nuovo. “In Italia perlomeno, non si insegna questa mentalità”, afferma Calzolari. “Non viene creata una cultura nella quale questo sia possibile. Negli USA si creano imprese subito dopo l’università, qui no”.

La maggioranza ha detto che, in linea generale, è soddisfatta della qualità di insegnamento universitario. E rifiutano l’idea di un sistema strettamente utilitario che adatti i suoi corsi e il numero di studenti ai posti di lavoro disponibili. “Il lavoro dell’università dev’essere anche quello di sviluppare le nostre menti”, dice  Caterina Moruzzi, una studentessa ventiduenne di laurea magistrale in filosofia a Bologna. “La gente dovrebbe potersi dedicare a ciò che le interessa. Al contrario, como sarebbe la società?”.

Però molti pensano che le università dovrebbero far qualcosa in più per preparare gli studenti a una nuova realtà. “Ci insegnano come pensare, però non come fare”  sottolinea Pareschi. “Qui, si va all’università per imparare, però non ti insegnano a lavorare”, dice Calzolari: “c’è molta poco connessione con il mondo del lavoro e si fanno troppo pochi tirocini”. 15M-Puerta-del-Sol-2011E a quasi tutti li preoccupano le conseguenze a lungo raggio del mondo lavorativo che stanno creando per loro: tutti i sistemi sociali europei, segnalano, sono costruiti intorno a lavori stabili, a tempo completo e a tempo indeterminato.

A Bologna, Martinelli pensa così: “So che non troverò mai un lavoro come quello che aveva mia madre, che ha insegnato inglese tutta la vita”. “Potrebbe essere stupendo avere molti lavori diversi. Però solo se quando sarò malata sarò coperta, se quando no avrò lavoro starò bene e se quando avrò 75 anni potrò andare in pensione”.

Nessuno però, assicura Martinelli, sembra star pensando a questo. Così come nessuno sta pensando alle conseguenze, a più lungo raggio, del fatto che lei e le sue amiche disoccupate di trent’anni e più non avranno figli. Sylvia conosce una coppia che farà domanda per un dottorato solo perché “sono tre anni di salario assicurato. Potrebbero iniziare a formare una famiglia. Fino a che punto è negativa una situazione così?”




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