La Spagna affronta un 2016 carico di interrogativi sul futuro, una panoramica

2016_annoMADRID. In Spagna il 2016 è iniziato all’insegna della pioggia e del freddo. Dopo un autunno anomalo, senza pioggia e con temperature più alte della media, nei primi quindici giorni dell’anno ci sono state le prime nevicate importanti sui rilievi e gelate diffuse sui vasti altopiani dell’interno. Le grandi città hanno tirato un sospiro di sollievo dopo le ripetute emergenze smog del novembre e del dicembre scorsi, mentre gli invasi artificiali che riforniscono di acqua grandi città come Madrid sono tornati finalmente a riempirsi.

Se sul fronte del clima la Spagna tira un sospiro di sollievo grazie alla fine almeno temporanea della siccità, lo stesso non può fare sul fronte politico. Il 2016 è iniziato infatti con un carico di interrogativi e problemi di difficile risoluzione. Lo spettro delle elezioni anticipate a causa dell’impasse venutasi a creare dopo le elezioni generali del 20 dicembre, il processo secessionista in Catalogna, la disoccupazione ancora altissima, gli scricchiolii di una struttura statale antiquata e piena di contraddizioni sono alcuni dei grandi problemi della Spagna di oggi, che richiedono di essere affrontati con urgenza.

Elezioni storiche, impasse politica

Alle elezioni politiche del 20 dicembre 2015 gli spagnoli hanno messo fine a trent’anni di bipartitismo. Dopo decenni in cui si alternavano al potere soltanto due partiti, il Partito Socialista Obrero Español (PSOE) ed il Partido Popular (PP), due nuove formazioni politiche sono entrate sulla scena sconvolgendo i vecchi equilibri. Si tratta di Podemos e Ciudadanos, due partiti che non esistevano a livello nazionale fino a due anni fa e che insieme hanno portato in Parlamento oltre cento deputati.

Le quattro forze politiche che nei sondaggi vengono date in testa alle elezioni del 20 dicembre

Le quattro forze politiche che hanno preso più voti alle elezioni del 20 dicembre 2015

Alle passate elezioni generali era facile stabilire il vincitore a due ore dalla chiusura delle urne: o il PP o il PSOE ottenevano la maggioranza e governavano senza particolari problemi durante quattro anni. Adesso le formazioni più importanti sono diventate quattro. Dal 20 dicembre la Spagna si è ritrovata in una dimensione che alcuni giornali spagnoli hanno definito “all’italiana”. Tante forze politiche, necessità di alleanze per governare, pallottoliere in mano per capire con quali sommatorie raggiungere la maggioranza.

Un problema di numeri

Il problema principale adesso è proprio quello dei numeri. Per raggiungere la maggioranza nel Congreso de los Diputados (un equivalente della Camera dei Deputati italiana ma con soli 350 deputati invece dei nostri 630) bisogna avere almeno 176 voti.

Il Partido Popular, già al governo dal 2011 con il suo leader Mariano Rajoy, ha ottenuto solo 122 deputati. Anche coalizzandosi con Ciudadanos, la formazione politica guidata da da Albert Rivera e che rappresenta il voto dell’elettorato conservatore più giovane, per questo più prossimo al PP, non raggiungerebbe la maggioranza. Ciudadanos ha infatti ottenuto 40 deputati. Una coalizione di centro-destra ha dunque la strada in salita ed è l’opzione meno probabile.

Neanche a sinistra le cose sono facili. Il leader del Partito Socialista, Pedro Sanchez, sta tentando la “via portoghese”, cioè unire le forze di sinistra per formare un governo proprio come accaduto in autunno in Portogallo. Lì però la sommatoria dei partiti di sinistra permetteva di raggiungere la maggioranza. In Spagna i deputati del PSOE sommati a quelli di Podemos e dello storico partito di sinistra Izquierda Unida (che ha ottenuto solo 2 deputati) arrivano a 161, non sufficienti per governare il paese con una maggioranza. Inoltre una coalizione di questo tipo risulta molto complicata da formare per le divergenze fra PSOE e Podemos, specialmente sulla Catalogna.

coalizione sinistre Spagna

La possibile coalizione delle sinistre in Spagna

Podemos infatti non è a favore dell’indipendenza ma vorrebbe che nella regione si tenesse un referendum, mentre i socialisti sono contrari. Per avere la maggioranza nella votazione di investitura questa ipotetica coalizione delle sinistre avrebbe bisogno inoltre dell’appoggio di un partito regionale (come il Partido Nacionalista Vasco) e l’astensione di altre forze politiche.

Tutto questo, oltre a presentare delle difficoltà pratiche (gestire un accordo con molti partiti) e politiche (avere bisogno dell’astensione “amica” di partiti indipendentisti) farebbe nascere un governo fragile e destinato a durare poco. Allo stato attuale però questa è la strada più probabile e l’accordo raggiunto proprio ieri fra Podemos e PSOE sulla formazione dei gruppi parlamentari sembra indicare che qualcosa si muove in quella direzione.

Se queste opzioni di governo restano difficili, rimane una ultima opzione, la meno probabile di tutte: una grande coalizione PP-PSOE che ricalcherebbe quanto successo in Italia nell’aprile 2013 con la grande alleanza PD-PdL e partiti minori. Questa è l’unica alleanza di governo che garantirebbe un governo solido, con oltre 200 deputati. L’eventuale appoggio di Ciudadanos inoltre la blinderebbe ulteriormente. Il PP di Rajoy propone questa “grande coalizione” dal giorno dopo le elezioni, ma i socialisti vedono questa opzione come un suicidio e non perdono occasione per ribadire un rotondo “no” alla proposta.

La presenza di partiti regionali complica il quadro in Parlamento

Esquerra Spagna

ERC, Esquerra Republicana de Catalunya, storico partito indipendentista catalano

Per avere un quadro più approfondito non bisogna dimenticare che dopo il 20 dicembre i partiti regionali in Parlamento sono diventati determinanti negli equilibri politici. La Spagna è composta da regioni con una fortissima identità linguistica e culturale, in primis la Catalogna, il Paese Basco, la Galizia. Il sistema elettorale proporzionale su scala provinciale fa sì che i partiti nazionalisti regionali, molto votati nelle province di queste regioni, ottengano un numero considerevole di deputati in Parlamento.
Oltre alle quattro forze politiche nazionali di cui abbiamo parlato sopra bisogna quindi aggiungere i deputati di partiti nazionalisti (regionali) come Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) con nove deputati, il Partito Nacionalista Vasco (PNV) con sei e la formazione Democracia i Llibertat con altri sei.
Partiti che nel caso del PNV sono semplicemente autonomisti, ma nel caso di ERC e DL spingono per l’indipendenza della loro regione di provenienza.

Una coalizione di governo in cui diventa fondamentale l’appoggio (o l’astensione) di un partito autonomista o peggio, indipendentista, è però un’opzione a dir poco esplosiva nella Spagna del 2016, che vive la maggior tensione secessionista della sua storia democratica.

La Catalogna governata dagli indipendentisti promette la secessione in 18 mesi

La crisi fra stato centrale e Catalogna ha subito una accelerazione nelle ultime settimane. Nella regione, locomotiva economica del paese insieme al Paese Basco, caratterizzata da una forte identità in cui la lingua propria riveste un importante ruolo, una parte consistente della popolazione vuole l’indipendenza dalla Spagna. Sono anni che a milioni lo chiedono nelle urne e nelle piazze, con manifestazioni oceaniche in cui la bandiera catalana tinge di rosso e di giallo le strade di Barcellona.

Le formazioni politiche secessioniste hanno ottenuto la maggioranza dei deputati (non dei voti) alle elezioni regionali del 27 settembre scorso e dopo mesi di trattative (si tratta di partiti con orientamenti politici del tutto diversi anche se condividono l’obiettivo di indipendenza) sono riuscite a formare governo.

Il nuovo presidente del governo della Catalogna, Carles Puigdemont

Il nuovo presidente del governo della Catalogna, Carles Puigdemont

Con la guida del sindaco di Girona, Carles Puigdemont, eletto presidente di governo il 10 gennaio, promettono di portare la Catalogna all’indipendenza in 18 mesi. Può la Spagna restare senza un governo proprio mentre una sua regione (peraltro una delle più produttive) vuole andarsene?
La situazione richiede quindi con urgenza la formazione di un governo nazionale, ma paradossalmente soltanto i partiti regionali presenti in Parlamento possono facilitarne la formazione.

Ogni opzione appare quindi in salita, e non viene scartata la convocazione di elezioni anticipate. Elezioni che, secondo alcuni sondaggi, beneficerebbero Podemos (sorpasserebbe il PSOE) ed il PP (a discapito di Ciudadanos) ma che allo stesso tempo potrebbero riproporre uno scenario di impasse.

Un 2016 difficile davanti

Se aggiungiamo poi a tutto questo che la Spagna vive una enorme crisi sociale a causa della altissima disoccupazione soprattutto giovanile, che la monarchia vive il suo momento di peggior reputazione (pochi giorni fa la sorella del Re è stata la prima monarca spagnola a sedere sul banco degli imputati per riciclaggio e frode fiscale), che tanti aspetti del recente passato franchista non sono stati mai affrontati e richiedono soluzioni, e che negli ultimi anni è emerso uno scandalo paragonabile alla nostra Tangentopoli con diffusi legami fra politica e “palazzinari”, il 2016 si prospetta come un anno molto difficile ed allo stesso tempo carico di interessanti interrogativi sul futuro. L’arrivo in Parlamento di nuove formazioni politiche va salutato come un evento positivo, un riflesso della voglia di cambiamento della società spagnola. Staremo a vedere cosa ci riserva questo 2016 appena iniziato.

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Lorenzo Pasqualini

Madrid
Giornalista freelance, geologo, scrive soprattutto di Ambiente, Scienze e Spagna. Fondatore e redattore de El Itagnól, collabora con diverse testate italiane. Vive in Spagna da anni.

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