La situazione politica in Spagna, intervista al ricercatore Javier Lorente

Javier Lorente è ricercatore pre-dottorale presso il Departamento de Ciencia Política y Relaciones Internacionales de la Universidad Autónoma de Madrid. Il suo lavoro si centra sul comportamento politico dei cittadini, e nella sua tesi effettua un lavoro di ricerca sull’ideologia politica dei giovani europei. Abbiamo rivolto a lui alcune domande sulla situazione politica in Spagna. Nel giorno dell’intervista ancora non era stato noto il risultato della votazione interna fra i votanti di Podemos, che ha avvicinato ancora di più le elezioni anticipate.

Sono passati quattro mesi dalle elezioni del 20 dicembre, ma la Spagna non ha ancora un governo. Possiamo ripassare brevemente quello che è accaduto negli scorsi mesi?

Le elezioni del 20 dicembre hanno avuto un risultato complesso perché la Spagna è caratterizzata da tempo da un sistema politico stabile in cui chi vinceva le elezioni otteneva l’appoggio necessario a governare in modo semplice. Questo grazie soprattutto a due elementi:

  1. i cittadini votavano maggioritariamente due soli partiti, il PSOE ed il PP, che hanno sempre sommato il 70-80% dei voti fin dagli anni ottanta.
  2. il sistema elettorale spagnolo, nonostante sia proporzionale, ha un forte influenza maggioritaria, e sovrarappresenta chi ottiene più voti, in termini di deputati, per ogni circoscrizione.
Il risultato delle elezioni del 20 dicembre 2015 in Spagna è un Congreso con composizione dei deputati più variegata
Il risultato delle elezioni del 20 dicembre 2015 in Spagna è un Congreso con composizione dei deputati più variegata

Tutto questo sistema è crollato alle elezioni generali del 20 dicembre. I cittadini hanno votato per forze diverse, senza concentrare il voto in due partiti principali come succedeva prima. Il sistema elettorale inoltre, non è stato capace di correggere questa pluralità. È per questo che le elezioni del 20D sono le prime in cui a chi vince non basta avere pochi voti in più per governare, come accaduto ad esempio al PSOE nel 1993, al PP nel 1996 o al PSOE di Zapatero nel 2004 e 2008. Ha bisogno di molti più deputati, provenienti da più partiti, e le coalizioni basate su un’ideologia sono praticamente impossibili. Non contabilizzano abbastanza voti per governare.

Il PP è stato il partito più votato, con il 27% dei suffragi, ma è stato incapace di formare un governo. Ha addirittura rifiutato di presentare il proprio candidato (Rajoy) come potenziale presidente durante le consultazioni con il Re.

Io credo che ci sono due ragioni principali, anche se sono certo che ce ne saranno delle altre. La prima, è la difficoltà del PP a formare coalizioni con altri partiti.

Durante la precedente legislatura governò in solitario, negandosi al dialogo con le altre forze politiche salvo che sulla lotta al terrorismo. La seconda ragione è che il partito ideologicamente più vicino al PP è CiU, (adesso CDC-Democracia i Llibertat), partito nazionalista che governa oggi in Catalogna. CiU ha appoggiato il governo del PP nel 1996, de il PP appoggiò il governo di CiU in Catalogna nel 1999. Adesso però CiU è concentrato su altro: l’indipendenza della catalogna.

Le quattro forze politiche che nei sondaggi vengono date in testa alle elezioni del 20 dicembre
Le quattro forze politiche più votate alle elezioni del 20 dicembre

Il PSOE, che alle elezioni è stato il secondo più votato e risulta il secondo anche in termini di deputati, e che ha avuto il peggior risultato dal ritorno della democrazia in Spagna, è il partito che sembra avere più chance per formare governo.

Genera infatti meno sfiducia e antipatia rispetto al PP, e questa posizione gli permette di essere un interlocutore per molti più partiti. Le tesi del PSOE è che bisogna fare a meno dei partiti indipendentisti catalani, ed è per questo che un’eventuale governo delle sinistre (come richiesto da Podemos e Izquierda Unida, n.d.r) non raggiunge sufficienti deputati. La proposta dei socialisti è stata quella di articolare un nuovo governo con partiti della sinistra e della destra, escludendo i nazionalisti radicali e il PP. L’obiettivo è formare un asse che non si basi sul teorema destra-sinistra ma su quello cambiamento-non cambiamento. L’obiettivo è convincere Podemos e Ciudadanos a formare un “governo del cambiamento”.

La strategia del PSOE si spiega anche con la presenza, alla sua sinistra, di un compagno di viaggio di cui ha bisogno ma che allo stesso tempo risulta scomodo: Podemos. Un partito nuovo, che tratta con aggressività e che compete per il suo stesso elettorato. La difficoltà delle trattative con Podemos non sta solo nel tono usato dal partito viola, le politiche proposte o la difficoltà che comporta dialogare con un tuo concorrente.

Podemos si è presentato il 20 dicembre come partito unico nella maggior parte delle regioni, ma in Catalogna, Galizia e Comunità Valenziana, si è presentato in coalizione con altri partiti della sinistra e con nazionalisti. Ciò fa sì che nonostante Podemos abbia 69 deputati, ci sono dubbi sulla reale capacità del leader Pablo Iglesias di controllare i suoi parlamentari una volta giunto il momento.

Manifesti elettorali di Ciudadanos per le vie di Madrid, Spagna (dicembre 2015)
Manifesti elettorali di Ciudadanos per le vie di Madrid, Spagna (dicembre 2015)

Questi settori autonomisti chiedono referendum nelle regioni di appartenenza, ma questa proposta si scontra con i settori più conservatori del PSOE, che difendono l’unità della Spagna, unità peraltro difesa dalla Costituzione. Qualsiasi modifica in quel senso dovrebbe quindi richiedere una modifica della costituzione, che coinvolga anche il PP.

Tutto questo aiuta a capire perché il PSOE abbia preferito fare un patto con Ciudadanos, che ha mostrato più moderazione. Anche se questi due partiti sommano solo 130 deputati, ben lontano dai 176 necessari, hanno presentato un piano di riforme che restano lontane dalle pretese iniziali dei socialisti, ma che correggono la maggior parte delle politiche del PP.

Allo stato attuale le riunioni continuano, ed il PSOE (con sempre meno probabilità di successo) continua a tentare di formare un patto con Podemos e Ciudadanos. Da C’S e Podemos si dice che sono come acqua e olio, non possono stare insieme. Tuttavia io mi chiedo: sono davvero così incompatibili?

In che situazione ci troviamo ora?

Abbiamo un patto PSOE-Ciudadanos che non ha abbastanza voti per investire un presidente di governo. Il PP non si asterrebbe, e tutta l’attenzione è su cosa deciderà di fare Podemos.

È difficile arrivare ad un accordo dettagliato perché i partiti hanno ideologie e programmi diversi. Il fatto però è che nel Parlamento non c’è una maggioranza di sinistra come numero di deputati. Quindi un accordo trasversale che includa anche Ciudadanos non sembrerebbe una cattiva idea. Si rispetterebbe in un certo modo la pluralità ideologica dell’elettorato – le sue richieste politiche – e si tradurrebbe in pratica anche uno dei principali dati usciti dalle urne: il castigo al Partido Popular, il quale, non lo dimentichiamo, ha perso 4 milioni di voti.

Si tornerà a votare o si arriverà ad un accordo?

Su questo è difficile fare previsioni, non sappiamo quando i partiti mentono e quando sono sinceri. Quindi invito a leggere le mie parole con cautela. Tuttavia, secondo la mia opinione, tutti i partiti salvo il PP, che è quello con i votanti più fedeli, dovrebbero temere nuove elezioni. In una situazione come quella di oggi l’elettorato sarebbe estremamente volatile. I cittadini non sono più leali come un tempo ai partiti per i quali votavano. Da una parte si è persa la lealtà ai partiti tradizionali, dall’altro non c’è stato tempo per un consolidamento  con i partiti nuovi. Ciò fa sì che nuove elezioni possano dare risultati molto diversi da quelli aspettati.

Un manifesto elettorale del PSOE (Partido Socialista) e del suo candidato alla Moncloa Pedro Sanchez (Plaza de España, Madrid (dicembre 2015)
Un manifesto elettorale del PSOE (Partido Socialista) e del suo candidato alla Moncloa Pedro Sanchez (Plaza de España, Madrid (dicembre 2015)

Tuttavia se i risultati fossero simili alle elezioni del 20 dicembre, i partiti dovrebbero temere il sistema elettorale. Il sistema spagnolo sovrastima le prime e le seconde forze politiche nelle piccole circoscrizioni (con poca popolazione). Ad esempio, con una differenza di soli 300.000 voti il PSOE ha preso 30 deputati più di Podemos. In molte province piccole e medie, Podemos e Ciudadanos hanno ottenuto deputati per un pugno di voti. Variazioni piccole nelle percentuali di voto, potrebbero dare o togliere seggi facilmente. Insomma, per essere chiari piccoli movimenti di voto potrebbero togliere peso ai partiti piccoli e beneficiare soprattutto il PP, se rimane primo partito.

Poi c’è il discorso organizzativo. La cupola del PSOE non vuole nuove elezioni perché minaccerebbero la leadership di Pedro Sánchez. E a Podemos potrebbe risultare difficile ricreare le alleanze con i partiti di sinistra e regionali a Valencia, in Catalogna e Galizia. Non è per niente scontato che queste coalizioni si ripeterebbero, e quindi anche da un punto di viosta organizzativo a Podemos potrebbe convenire appoggiare una coalizione PSOE-C’s.

Podemos ha sbagliato a dire “no” al patto PSOE-Ciudadanos?

Io credo che potrebbe aver calcolato male il suo potenziale elettorale. Non solo si è sbagliato a dire “no”, ma anche nel come lo ha detto. È rimasto come il principale colpevole del blocco istituzionale che vive la Spagna. Questo si riflette sui sondaggi, che lo darebbero in calo di consensi.

C’è poi anche un rischio interno che corre Podemos con la sua posizione sul patto: la divisione fra errejonistas e pablistas, un’ ala più radicale e l’altra più moderata.

manifesti elettorali a Vallecas (17 dicembre 2015)
manifesti elettorali di Podemos a Vallecas (17 dicembre 2015)

Queste discussioni non sono nuove e sono tate analizzate in altre occasioni. Arriva un momento in cui i partiti politici, se sono fedeli ai propri principi, hanno un limite di crescita. Solo “annacquando” un poco questi principi, ed essendo più eterogenei ideologicamente riescono a crescere.

Questo è il dilemma che vive oggi Podemos. Ed è un dilemma che porterà divisioni e tensioni, visto che è un partito che ha sempre avuto una forte eterogeneità ideologica: basato inizialmente sul partito Izquierda Anticapitalista, che come dice già il nome non è una forza politica trasversale, bensì ideologicamente “densa”. A questo aggiungiamo che in Catalogna, Galizia, e Comunità Valenciana dovrebbe riallacciare alleanze con altre formazioni per ripetere iol risultato. E se in Catalogna questo sembra più facile, le cose sembrano essere meno semplici in Galizia e soprattutto nella regione di Valencia.

Quindi Podemos ha due domande da porsi se dice no: come verrà influenzata a livello organizzativo, con rischi di rottura, e cosa succede se alle prossime elezioni ottiene un risultato peggiore (cosa probabile). Il sì a Sanchez gli dà tempo per pensare ad una strategia di breve periodo, e gli permette organizzarsi meglio.

Podemos è destinato a rompersi?

Beh, non so se addirittura rompersi, ma certo avrà difficoltà per tenere alti i livelli di coesione interna. Soprattutto se i risultati elettorali saranno negativi.

un manifesto invita a votare per Podemos a Vallecas
un manifesto invita a votare per Podemos a Vallecas (dicembre 2015)

Ha due famiglie ideologiche, alcune puntano alla trasversalità ed alla crescita, nonostante questo possa fargli perdere la purezza ideologica. Altre restano fedeli ai principi. Inoltre, Podemos ha una radicazione complessa nei territorio con identità nazionale propria. Le alleanze territoriali potrebbero soffrirne. Per esempio in Catalogna, dove la agenda della coalizione En Comú Podem può arrivare a minacciare l’agenda di Podemos. E la leadership di Ada Colau, sindaca di Barcellona ed attivista antisfratti, è abbastanza forte da creare un Podemos catalano che competa con il Podemos nazionale.

Insomma, sul lungo periodo è chiaro che Podemos dovrà subire cambi organizzativi che potranno anche portare a scissioni. Sempre che non ci siano elezioni e che il risultato sia ottimo per Podemos. Vincere alle elezioni mantiene sempre i partiti più uniti.

La situazione che sta vivendo la Spagna adesso, è simile a quella vissuta dall’Italia dopo le elezioni del febbraio 2013? il “no” del M5S a un governo con il PD ricorda il “no” di Podemos al governo con PSOE e Ciudadanos?

Tutte l situazioni di blocco ricordano un poco a vicenda. Si tratta di scenari simili visti i contendenti, e vista anche la somiglianza che molti cittadini -e accademici – vedono fra il M5S e Podemos.

Secondo me però esistono delle differenze. Soprattutto perché il M5S e Podemos sono molto diversi, sia a livello ideologico che organizzativo. La situazione in Italia era specialmente difficile perché il M5S non ha un’organizzazione di partito, i suoi candidati eletti —pensiamo a come vengono eletti hanno parecchia più libertà di quelli di Podemos. E il leader del partito (Beppe Grillo) non è candidato. Si tratta di un partito poco attraente per la ricerca di un patto, perché non essendoci un apparato ben definito dietro, non si può avere la certezza che i deputati rispettino un patto. Inoltre il M5S ha più le caratteristiche di un partito di protesta, anti-establishment o (anche se non mi piace questa definizione) più populista di Podemos. Il suo discorso si basa molto più di Podemos sulla dicotomia elites-cittadini, e dal punto di vista ideologico il M5S riceve voti da sinistra, centro e destra.

Podemos, al contrario, è un partito organizzato gerarchicamente. Il leader si trova in Parlamento, e controlla non solo l’azione generale del partito ma anche la quotidianità delle decisioni politiche. Inoltre è un partito chiaramente di sinistra, e questo viene confermato anche dal profilo ideologico dei votanti, che lo rende un partito molto meno trasversale di M5S e concentrato sull’elettorato di sinistra.

Queste differenze fanno sì che il “no” dei due partiti possa essere interpretato in modo diverso. In Spagna sarebbe, credo, più facile che Podemos dicesse sì.

È diversa la situazione anche per la capacità di patto degli altri partiti. Il PSOE, omonimo del PD italiano, non è primo partito, ed il PP, come già detto prima, non ha capacità di dialogo. Quindi, anche se esiste una somiglianza nella situazione, quando si analizza più in dettaglio si notano importanti differenze.

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