Intervista a Rita Maestre, ex portavoce della sindaca Manuela Carmena e consigliera comunale di Más Madrid

Rita Maestre, nata nel 1988, è attualmente consigliere comunale nel Comune di Madrid, eletta con Más Madrid, partito della sinistra madrilena nato a seguito dell’esperienza della giunta comunale di Manuela Carmena. È stata esponente di Podemos per poi far parte dell’esperienza Ahora Madrid, diventando portavoce della sindaca Manuela Carmena (2015-2019). Parla perfettamente l’italiano per aver studiato nel Liceo italiano di Madrid ed ha studiato a Bologna con una borsa Erasmus, toccando con mano il ricco panorama di attivismo politico bolognese. Una versione più ridotta dell’intervista è stata pubblicata il 7 aprile del 2021 su “il manifesto”. 

Intervista di: Lorenzo Pasqualini.

rita maestre
Una foto di Rita Maestre, leader di Más Madrid e consigliere comunale nella capitale.

L’intervista a Rita Maestre

Buongiorno Rita Maestre. Prima di iniziare con temi politici, visto il suo perfetto italiano, volevo chiederle quali sono i suoi legami con l’italiano e con l’Italia.

Ho studiato nel Liceo italiano, studiai lì perché mia madre lavorava proprio di fronte, inoltre in Spagna, a Madrid, è considerata una scuola di taglio progressista, con ottima reputazione, ed è una scuola in buona parte in italiano. Sono rimasta lì dai 6 ai 18 anni. Da lì il mio vincolo con il paese è cresciuto poi con una borsa Erasmus di un anno, a Bologna, che fu un’esperienza molto importante per me.

Su questa sua esperienza a Bologna, come saprà a livello italiano è una città che ha una sua storia di sinistra piuttosto potente. Cosa ricorda di quell’esperienza?

Sì, mi avvicinai a collettivi politici locali, universitari, fra cui uno con il professor Sandro Mezzadra che era anche mio professore. Fu un’esperienza politica e formativa molto importante. Il modo di fare lezioni lì è differente da quello spagnolo, il livello era molto elevato, anche più alto di quello della Spagna, e per me fu un’esperienza politica ed accademica molto interessante.

Quasi 6 anni fa, nel maggio 2015, le elezioni amministrative portarono a Madrid una giunta di sinistra, definita “municipalista”, con a capo la sindaca Manuela Carmena. Anche in altre città spagnole si formarono governi locali con coalizioni di sinistra che uscivano dai partiti tradizionali. Come si arrivò a quella storica vittoria?

Fu la conseguenza di un ciclo politico di mobilitazioni previo che c’era stato a Madrid e in tutta la Spagna e che era iniziato a seguito della crisi finanziaria del 2009-2010. Ci fu una enorme mobilitazione a favore della scuola pubblica, della sanità pubblica, contro i tagli. Tutto questo, insieme alla profondissima crisi di corruzione che attraversava la politica, specialmente il PP, portò alle vittorie del 2015. In quella primavera di sei anni fa nelle più grandi città del paese arrivarono al potere alleanze municipaliste, non partiti tradizionali. Non fu una strategia elettorale dell’ultimo momento ma conseguenza di un ciclo sociale e politico previo. La giunta guidata dalla sindaca Carmena durò 4 anni.

Come mai nel maggio del 2019 la sinistra non è rimasta al potere a Madrid?

Nel 2019 Manuela Carmena tornò a vincere, ma nel 2019 il ciclo era ormai cambiato. Il conflitto catalano, che in Spagna ha enorme importanza nel dibattito politico, aveva portato a una mobilitazione della destra, stavolta, con le manifestazioni unioniste, con le bandiere spagnole in piazza ogni giorno. Si votò a Madrid pensando alla Catalogna, con l’obiettivo di castigare l’indipendentismo catalano. Stavolta quindi c’era stato un ciclo di mobilitazione della destra.

Quali furono i punti cardine della giunta Carmena, di cui lei fu portavoce?

Gli anni della giunta Carmena furono importanti, un tentativo coraggioso di modificare una struttura che da 25 anni funzionava nella stessa direzione. Si investì su politiche pubbliche, sui servizi pubblici e sociali, sulla trasformazione urbanistica della città. Non era una città particolarmente moderna ad esempio sui temi ambientali, cercammo di allinearla alle altre capitali europee. Io credo che questo è rimasto nell’opinione pubblica e nel senso comune madrileno. Qualcosa è cambiato ed ogni volta che il governo municipale attuale (guidato dal sindaco Almeida), un governo di destra, all’antica in termini di governo della città, vuole  chiudere ad esempio una pista ciclabile si trova di fronte una forte reazione della società locale.

Ci fu anche uno sforzo di democratizzazione, ci fu un impegno ad aprire le decisioni alla collettività, ad esempio sulle riforme in campo urbanistico. La riforma di Plaza de España ad esempio la votarono i cittadini, attraverso la piattaforma Decide Madrid. Vennero messi in marcia anche i Fori locali, il bilancio partecipativo. Questi canali sono rimasti formalmente ma sono stati svuotati nella pratica. Il canale Decide Madrid è rimasto, ma oggi è una sorta di canale di propaganda del governo e non si possono più fare proposte. Sarebbe troppo brutto toglierlo, quindi rimane, ma di fatto è stato svuotato dei contenuti. Anche i fori locali e il bilancio partecipativo sono rimasti formalmente ma sono stati svuotati.

Spostiamoci dalla realtà municipale a quella regionale: il 4 maggio a Madrid si vota per le elezioni regionali. Quali sono le priorità per il suo partito, Más Madrid, che si presenta a queste elezioni autonomiche anticipate?

Per molti anni a Madrid è stata portata avanti una politica di svuotamento ed erosione dei servizi pubblici in parallelo con un abbassamento delle tasse ed un aumento enorme del debito. A Madrid sembra di stare nel 2003: il debito è enorme. La regione è stata trasformata in questi anni in una oasi fiscale per i ricchi, e questo fa sì che ci siano persone con grandi patrimoni, provenienti da altre comunità autonome, che spostano la residenza a Madrid. Con questo modello fiscale però, se i soldi non entrano non escono in termini di servizi pubblici.

La priorità per Más Madrid, in un governo del cambiamento, è ad esempio eliminare il sovraffollamento nelle aule scolastiche:  a Madrid ci sono numeri di alunni per classe da terzo mondo, un modo di vedere l’istruzione pubblica non degno di questa società. Poi c’è il problema delle liste di attesa lunghissime per una visita specialistica nella sanità pubblica,  7 o 8 mesi di attesa nella regione di Madrid. Bisogna trasformare un modello che tiene a galla i servizi pubblici, peggiorandone però la qualità.

Proprio sul tema della sanità pubblica è stato fatto più volte, negli ultimi mesi, un accostamento fra la Lombardia e la regione di Madrid. Madrid è la Lombardia di Spagna, da questo punto di vista?

In termini di gestione delle politiche pubbliche io credo di sì. Per come viene difesa magari meno: a Madrid la destra non vuole una secessione madrilena, c’è una forte identificazione fra la Spagna e Madrid. Nella concezione delle politiche pubbliche però io credo che ci sia un facile confronto. A Madrid è stata applicata la strategia neoliberista per eccellenza, quella di erodere i servizi pubblici affinché chi può permetterselo vada dal privato. La pubblica resta quindi l’ultima risorsa per chi non riesce ad accedere ad altro. Sul piano della sanità poi, a Madrid c’è un modello basato sulla spettacolarizzazione: si costruiscono ospedali, ma è la regione con meno medici di famiglia per abitante. Molti meno rispetto ad altre regioni spagnole, meno anche rispetto alle regioni più povere.

Nel sud-est di Madrid sta avanzando la costruzione di nuovi enormi quartieri, con gli sviluppi urbanistici del sud-est, e anche nel nord di Madrid si va verso la costruzione di nuovi grandi quartieri, come il caso del progetto Nuevo Norte ed il nuovo distretto Castellana Norte. Qual è la posizione del vostro partito su questo tema.

Gli sviluppi urbanistici del sud-est sono in progetto dal 1998, se ne parla da decenni. Finora sono iniziate le costruzioni presso El Cañaveral, in futuro si svilupperanno i quartieri Berrocales e Los Ahijones, ma lì ancora non ci sono case. Quando venne fatto il piano generale nel 1997 si pensava che sarebbero andate a vivere lì 200mila persone. Una cifra enorme, come se una città intera andasse a vivere lì. Questo prima della crisi. Alla fine non si costruirono né prima né dopo la crisi.

Io credo che a Madrid ed in Spagna ci sia stato un modello di crescita speculativa smisurato, che non si è tradotto in un aumento del reddito delle famiglie, né in un miglioramento della qualità di vita, né in un miglioramento dell’accesso alla casa. Madrid ha aspirazione di crescita e bisogna dar spazio alle nuove persone, ma bisogna regolare i prezzi. In Spagna e a Madrid in particolare è urgente che ci sia una regolamentazione dei prezzi, bisogna costruire e garantire l’accesso. Ma oggi Madrid è l’unica regione di Spagna senza una legge che regoli l’accesso alla casa. Tutte le regioni hanno delle regole su questo tema, qui a Madrid invece è la legge della giungla.

Il 15 maggio saranno 10 anni dalla nascita, nella Puerta del Sol di Madrid, del movimento 15M. A quel tempo in Italia ci fu un pizzico di invidia per quelle mobilitazioni così importanti, che diedero poi impulso a nuove realtà della sinistra. Perché in Italia non vi fu qualcosa di simile?

Quello che accadde in Spagna fu abbastanza eccezionale e forse non si può pensare come qualcosa “nella norma”. Nel 2011 la Spagna era in una crisi tremenda, senza autostima, senza orizzonti, con la paura terribile per una disoccupazione enorme, galoppante, che fra i giovani era del 50%. Sottolineo, del 50%…un giovane su due, non aveva lavoro. Rimasero disoccupate e scesero nella povertà le generazioni alle quali era stato detto che studiando, o se si pagava ai figli l’università, avrebbe avuto un futuro. Tutto questo invece non fu così e fu uno shock enorme in Spagna. Causò nel paese una enorme perdita di autostima. Ci fu anche una condizione di umiliazione dei paesi del sud Europa. Fu uno shock grande che tardò ad avere conseguenze politiche. Bisogna ricordare che pochi mesi dopo quelle mobilitazioni il PP ebbe un successo elettorale enorme (alle elezioni del novembre 2011), vinse come mai era accaduto: vinse ovunque. Questo però non fermò il movimento e le conseguenze politiche arrivarono cinque anni dopo, nel 2015 e 2016.

Io credo che da una parte bisogna perseverare e che i movimenti debbano essere ampli, senza chiedere il carnet a nessuno sulla porta. A quel tempo fondammo organizzazioni politiche che non chiedevano a nessuno un’iscrizione ideologica chiara, erano basate sulle necessità concrete della gente. Uscimmo dai canoni della sinistra tradizionale di allora. Il principale elemento che deve veicolare una forza politica è che deve costruire una maggioranza per entrare nelle istituzioni.

Negli ultimi mesi nel principale partito del centro-sinistra italiano, il PD, si è discusso molto sull’arretratezza nel campo della parità di genere. Cosa può imparare la politica italiana dall’esperienza spagnola?

In Spagna tutto cambiò nel 2007 quando si approvò (governo Zapatero) una “ley de igualdad” che rende obbligatorie le quote paritarie fra uomini e donne. Questo ha reso possibile che ci siano donne straordinarie in tutti i partiti. Se non si interviene sulle dinamiche patriarcali della società, e della politica, il patriarcato si riproduce. In Spagna questa legge venne molto criticata e ora è qualcosa del tutto normale. Vorrei anche sottolineare che qui in Spagna c’è un movimento femminista molto forte, e non è solo che le donne si trovano ormai nei posti di prima linea, ma c’è anche una riflessione intensa sulle forme di fare politica e come incorporare altri elementi come l’ascolto, la vicinanza, alla politica nazionale.

Cosa pensa della nascita del governo Draghi in Italia?

Nonostante io sia una appassionata di Italia confesso che a volte mi perdo con la politica italiana. Certo, quando è nato il governo Draghi ho ricordato quanto lottammo nel movimento 15M, che era un movimento anti-establishment europeo, contro la figura che rappresentava, in qualità di presidente della BCE. Capisco che in una situazione di forte instabilità come quella che vive l’Italia da anni un governo tecnocratico offre una certezza, o almeno pretende di offrirla, ancor di più nel mezzo di una crisi sanitaria come quella attuale. In ogni modo ho sempre sostenuto che in politica sia positivo non essere d’accordo e la tecnocrazia sottrae una parte della legittimità al dibattito politico. È umano e democratico avere idee diverse. In politica è positivo non essere d’accordo, dibattere. La tecnocrazia in un certo senso toglie una parte della legittimità al dibattito politico.

L’intervista si è svolta il 23 marzo del 2021.

(Lorenzo Pasqualini)

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Lorenzo Pasqualini

Madrid a El Itagnol
Giornalista italiano a Madrid, ho collaborato negli anni con giornali e periodici italiani e spagnoli. Sono caporedattore di Meteored Italia e l'autore del sito di informazione "El Itagnol - Notizie dalla Spagna e dall'Italia".