40 anni dal disastro di Cernobyl: il meteo aiutò la Spagna, più sfortunata l’Italia

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Il 26 aprile 1986, l’esplosione del reattore numero 4 della Centrale nucleare di Chernobyl cambiò per sempre la percezione del rischio nucleare in Europa. La nube radioattiva sprigionata dopo l’incidente attraversò il continente per giorni, sospinta dai venti e modellata dalle condizioni atmosferiche. Ma non tutti i Paesi furono colpiti allo stesso modo: la Spagna riuscì in gran parte a evitare le conseguenze più gravi grazie sicuramente alla distanza geografica ma anche a una favorevole configurazione meteorologica, mentre l’Italia risultò molto più esposta.

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Nei giorni successivi all’incidente, una robusta dorsale anticiclonica si estendeva tra l’Atlantico e il Portogallo. Questo assetto atmosferico funzionò come una sorta di scudo, deviando la maggior parte della nube contaminata verso il centro e il nord Europa. Le correnti prevalenti spinsero infatti il materiale radioattivo verso Bielorussia, Scandinavia, Germania e successivamente verso l’Europa centrale. Studi sulla dispersione atmosferica del fallout radioattivo confermano come la circolazione di quei giorni abbia favorito un trasporto anomalo verso nord e ovest rispetto ai normali flussi occidentali europei.

In Spagna solo tracce limitate di particelle radioattive

In Spagna arrivarono soltanto tracce limitate di particelle radioattive, rilevate soprattutto in Catalogna e in alcune aree dell’Andalusia orientale, come la provincia di Almería. I livelli registrati furono comunque molto bassi e non raggiunsero soglie considerate pericolose per la popolazione. Le ricostruzioni diffuse dal Consejo de Seguridad Nuclear spagnolo e dagli archivi meteorologici dell’AEMET mostrano come la posizione dell’anticiclone atlantico abbia ridotto notevolmente l’impatto della nube sul territorio iberico.

In Italia situazione meteo sfavorevole

La situazione italiana fu invece ben diversa. Come ricostruito anche da un approfondimento pubblicato da Luca Lombroso su Meteored Italia (ilmeteo.net), tra fine aprile e inizio maggio la circolazione atmosferica cambiò radicalmente. Ai primi di maggio si instaurò un blocco anticiclonico sulla Scandinavia che favorì correnti da nord-est verso il Mediterraneo: la nube radioattiva raggiunse così anche l’Italia.

Il 2 maggio 1986 le stazioni di monitoraggio lungo il confine alpino iniziarono a registrare un aumento della radioattività, rilevato anche presso la centrale nucleare di Centrale nucleare di Caorso. Ma fu soprattutto il peggioramento meteorologico del 4 maggio a rendere più grave la situazione: le piogge al Centro-Nord provocarono il cosiddetto “fallout umido”, facendo precipitare al suolo isotopi radioattivi come Cesio-137 e Iodio-131.

Secondo le ricostruzioni meteorologiche, masse d’aria contaminate raggiunsero l’Italia sia dagli strati più bassi provenienti dalla Scandinavia sia direttamente dall’area ucraina in quota, mentre l’incendio del reattore era ancora attivo. In diverse regioni italiane furono introdotte misure precauzionali: limitazioni al consumo di latte fresco e verdure a foglia larga, controlli sugli alimenti e raccomandazioni per ridurre l’esposizione all’aperto dei bambini.

L’episodio dimostrò con chiarezza quanto la diffusione di contaminanti atmosferici dipenda non solo dalla distanza dalla fonte, ma soprattutto dalla configurazione meteorologica. Anticicloni, venti e precipitazioni possono modificare radicalmente l’impatto di un evento ambientale su scala continentale: nel caso di Chernobyl, bastarono pochi cambiamenti nella circolazione atmosferica per trasformare la Spagna in una delle aree meno colpite d’Europa e l’Italia in uno dei Paesi mediterranei più esposti.

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