Disastro di Marcinelle, quando gli immigrati erano gli italiani

marcinelle
Camille Detraux – http://dormirajamais.org/cincali2/

L’Europa ha ricordato, questo 8 agosto del 2026, il 70° anniversario del disastro di Marcinelle.

L’8 agosto 1956, alle 8:10 del mattino, un errore nella manovra di un montacarichi innescò un incendio nella miniera di carbone del Bois du Cazier, a Marcinelle, vicino Charleroi, in Belgio. Ci fu un incendio, e ne seguì il peggior disastro minerario della storia d’Europa. Morirono 262 dei 275 minatori presenti: 136 erano italiani, 95 belgi, e poi tanti altri di molte altre nazionalità, tra cui greci e polacchi, ma anche tedeschi e francesi.

Una strage sul lavoro di italiani all’estero

È ricordato in Italia come il terzo disastro minerario per numero di vittime italiane all’estero, dopo Monongah (1907) e Dawson (1913). I soccorsi furono lenti: l’irrigazione sistematica dei pozzi iniziò solo verso le 11, quasi tre ore dopo, perché si temeva un’esplosione di grisù. Una commissione d’inchiesta di 27 membri, con due ingegneri italiani del Corpo delle Miniere, pubblicò il rapporto ufficiale nel giugno 1957. I processi si chiusero nel 1964 con la condanna a sei mesi con la condizionale di un solo ingegnere della miniera.

Perché tanti italiani erano lì

I minatori italiani non erano lì per caso. Nel 1946 Italia e Belgio firmarono un accordo bilaterale: Roma si impegnava a inviare circa duemila lavoratori a settimana nelle miniere belghe, Bruxelles in cambio garantiva forniture giornaliere di carbone per ogni minatore inviato. Tra il 1946 e il 1956 oltre 140mila italiani attraversarono le Alpi per questo scambio. L’Italia usciva dalla guerra devastata, con una povertà dilagante e con milioni di disoccupati, mentre il Belgio francofono soffriva la cronica carenza di manodopera nei bacini carboniferi.

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Le condizioni non erano semplici. La storica Anne Morelli ha descritto come gli italiani arrivassero “di nascosto”, alloggiati in baraccamenti isolati, ignoti alla stampa e alla popolazione belga: fu Marcinelle a rivelarne l’esistenza al grande pubblico. Le strutture della miniera erano ancora in legno, materiale già considerato inadatto per il rischio d’incendio. Un sopravvissuto avrebbe raccontato anni dopo di essersi sentito trattato “come schiavi”, perché a contare era la produzione, non la vita degli uomini.

Le vittime ci ricordano di una Italia che emigrava all’estero per necessità

Marcinelle, ricordata ogni 8 agosto per la strage di lavoratori italiani, va letta dentro un fenomeno molto più ampio. Tra la fine dell’Ottocento e gli anni Settanta del Novecento l’Italia è stato uno dei principali paesi di emigrazione al mondo: milioni di persone lasciarono il paese in cerca di lavoro, prima verso le Americhe (Stati Uniti, Argentina, Brasile), poi, nel secondo dopoguerra, verso l’Europa — Belgio, Svizzera, Germania, Francia. Gli accordi bilaterali come quello con il Belgio del 1946 furono lo strumento con cui uno Stato ancora povero e segnato dalla guerra “esportava” manodopera in cambio di materie prime o di rimesse economiche.

Gli italiani, in quei decenni, sperimentarono in prima persona ciò che oggi vivono molti immigrati in Italia: lavori pesanti, che la gente del posto non vuole fare, ben poco tutelati, alloggi precari, diffidenza e discriminazione nei paesi d’arrivo. Marcinelle resta il simbolo più tragico di quella stagione, ma è solo un capitolo di una storia migratoria che ha attraversato l’intero secolo e che ha contribuito, nei decenni successivi, a costruire le comunità italiane sparse in tutto il mondo.

Il ricordo delle morti sul lavoro attuali

Il disastro di Marcinelle riaccende i riflettori (che dovrebbero essere sempre accesi) anche su un altro dramma attualissimo, quello della quotidiana strage di lavoratori in Italia, Spagna e altri paesi europei.

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Una strage “silenziosa”, perché avviene come uno stillicidio di incidenti mortali quotidiani, ma che alla fine dell’anno porta a un bilancio crudo di oltre 1000 morti in Italia. Numeri molto elevati si registrano anche in Spagna.

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