
Giovedì 17 settembre, alle 19:00, tre sirene acustiche suoneranno contemporaneamente nel centro di Cadice. Non è un’emergenza e non è nemmeno un’esercitazione di evacuazione: il Comune ha tenuto a precisarlo con un certo anticipo, perché il suono sarà quello reale di un allarme maremoto e l’effetto sorpresa sulla popolazione sarebbe garantito senza avvisi previ.
Si tratta di una prova tecnica, la prima per la città andalusa, pensata per verificare che gli impianti funzionino come previsto. Dietro a questo collaudo c’è però una questione meno banale di quanto sembri: in Spagna gli tsunami sono possibili. Si sono verificati in passato e possono tornare a verificarsi.
🚨🚨 El próximo jueves 17 de septiembre, a las 19 horas, se harán las pruebas de sonido de las tres primeras sirenas acústicas que darán aviso a la población ante el riesgo de un tsunami
✅ Es importante destacar que se trata de una prueba de sonido y no de una alerta real ni… pic.twitter.com/BMIkyKQiaj
— Ayuntamiento de Cádiz (@Cadiz_es) September 11, 2026
Rischio tsunami in Spagna, non è distribuito in modo uniforme
L’Instituto Geográfico Nacional (IGN) mantiene un catalogo degli tsunami registrati e un visualizzatore cartografico che permette di consultarli evento per evento. Ne emerge un quadro chiaro: la pericolosità non è la stessa lungo tutte le coste spagnole. Due aree, in particolare, concentrano l’attenzione degli esperti, e si trovano entrambe in Andalusia, una a ovest e una a est.
Il golfo di Cadice
Il golfo di Cadice si affaccia su un settore dell’Atlantico orientale attraversato da strutture tettoniche di rilievo: un terremoto sottomarino in quell’area può generare onde capaci di propagarsi fino alle coste spagnole. A questo si aggiunge un fattore puramente geografico. La conformazione del golfo tende ad amplificare l’impatto di determinate onde proprio dove sono più dannose, cioè su terreni bassi e densamente abitati. Il precedente storico è noto: il terremoto di Lisbona del 1755, seguito da un maremoto, ebbe conseguenze catastrofiche anche su questo tratto di costa.
Il mare di Alborán e il sud-est peninsulare
La seconda area critica individuata dall’IGN comprende i litorali tra lo stretto di Gibilterra, Malaga, Granada, Almería e il resto del sud-est. Qui il livello di pericolo effettivo dipenderebbe molto dalla posizione e dalle caratteristiche della sorgente che generasse l’onda, il che rende le stime più variabili rispetto al caso atlantico.
E il resto del Mediterraneo?
Il Mediterraneo è un bacino tettonicamente attivo e le sorgenti potenzialmente in grado di innescare uno tsunami non mancano. Per questo anche le coste mediterranee spagnole rientranterreo nei sistemi di sorveglianza e nella pianificazione di emergenza.
Un episodio documentato risale al 1856, quando nel porto di Maó, a Minorca, si registrò un ritiro del mare seguito da una risalita del livello delle acque. Lungo le coste algerine, lo stesso evento produsse variazioni che in alcune città raggiunsero i quattro metri.
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Va evitata però una confusione ricorrente. Le rissagas, o meteotsunami, tipiche delle Baleari, sono oscillazioni transitorie del livello del mare legate a onde atmosferiche: possono causare danni nei porti, ma hanno un’origine completamente diversa da quella sismica.
In Italia?
In Italia, è risaputo che le coste siciliane e calabresi sono particolarmente esposte a maremoti, che si sono susseguiti nei secoli e nei millenni scorsi. Fortunatamente si tratta di eventi rari e poco frequenti, meno frequenti rispetto ad altre aree del mondo come il Pacifico, ma non per questo assenti.
In Italia comunque bisogna segnalare l’esistenza del CAT, il Centro di Allerta Tsunami, che ha una pagina web aggiornata e piena di informazioni su questo tema.
Il caso delle Canarie
Anche l’arcipelago canario è sotto osservazione, con una premessa importante: qui gli innalzamenti improvvisi del livello del mare sono legati soprattutto all’attività vulcanica e sismica locale, e a fenomeni gravitativi.
L’esempio più recente è del 14 novembre 2020, quando un grande distacco di roccia sulla spiaggia di Argaga, a La Gomera, generò uno tsunami locale. L’onda massima si fermò a mezzo metro, un valore modesto, ma sufficiente a ricordare che il meccanismo esiste e funziona.
Perché una prova di sirene è importante
Sistemi di allerta di questo tipo hanno senso solo se vengono testati e, soprattutto, se la popolazione riconosce il suono e sa cosa significa. Un maremoto generato nel golfo di Cadice lascerebbe pochissimo tempo per reagire: in quel margine ristretto, la differenza la fanno l’affidabilità tecnica degli impianti e la memoria collettiva di cosa fare quando suonano.
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