
MADRID. Pochi giorni fa, durante il programma televisivo italiano Che tempo che fa, Luciana Littizzetto ha rivolto una domanda a Pedro Sánchez, chiedendogli se fosse disposto a diventare il leader del centrosinistra italiano in vista delle elezioni politiche del 2027.
La risposta del presidente del governo spagnolo ha riacceso il dibattito sul modello progressista spagnolo, visto con ammirazione dalla sinistra italiana e sulla possibilità di costruire un fronte comune contro le destre. Ma, al di là dell’immagine di Sánchez come punto di riferimento per la sinistra italiana, la realtà politica spagnola è più complessa.
Innanzitutto c’è il punto della legge elettorale. Mentre in Italia il sistema elettorale costringe a formare enormi coalizioni, in Spagna i grandi partiti si presentano da soli. Il PSOE, equivalente del PD italiano, correrà da solo, alle elezioni e non avrà bisogno di aggrapparsi a un “campo largo” come in Italia per superare il 42% dei voti.
C’è poi il nodo delle realtà alla sinistra del PSOE, equivalenti a quelle che in italiano si riuniscono sotto Alleanza Verdi – Sinistra (AVS) e altre formazioni come Potere al Popolo. Saranno determinanti per un futuro eventuale (improbabile, secondo gli attuali sondaggi) nuovo governo di centro-sinistra, ed hanno infatti appoggiato i governi di Pedro Sanchez dal 2020 ad oggi. Senza di loro Sanchez non avrebbe potuto governare.
In Spagna queste forze politiche si erano unite negli ultimi anni a formare delle coalizioni che, trainate dal fenomeno Podemos, arrivarono a ottenere percentuali a due cifre. Prima con Unidas Podemos, poi (con minor successo), sotto il cartello Sumar. Erano delle coalizioni di piccoli partiti della sinistra alternativa che si riunivano in coalizione per ottenere maggior peso, visto che la legge elettorale spagnolo penalizza chi ottiene pochi punti percentuali di voto e chi arriva al terzo o quarto posto in un collegio. Ma, proprio come accade in Italia, sono forze politiche litigiose e spesso divise (anche se, a grandi linee, difendono le stesse cose).
Ed ecco che, proprio mentre si avvicinano a grandi passi le elezioni generali del 29 novembre, le forze alla sinistra del Partito socialista faticano a trovare un accordo unitario.
La izquierda alternativa al PSOE fatica a unirsi nel “campo largo della sinistra”
In vista delle elezioni generali anticipate del 29 novembre, le forze alla sinistra del Partito socialista di Pedro Sánchez non sono ancora riuscite a superare le proprie divisioni. Da un lato, Sumar, Izquierda Unida, Más Madrid e Comuns (tutte realtà diverse tra loro) hanno dato vita al progetto del Frente Amplio, proponendo l’ex sindaca di Barcellona Ada Colau come candidata alla presidenza del governo; dall’altro, Podemos continua a mantenere una posizione autonoma e ha stretto un accordo con Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), mentre restano aperti i contrasti su leadership, candidature e alleanze.
Il nodo è soprattutto la leadership (qualcosa che suonerà familiare all’elettorato di centro-sinistra italiano).
Il rischio è però che la frammentazione indebolisca la rappresentanza parlamentare della sinistra alternativa proprio in una fase decisiva per gli equilibri politici del Paese. Si tratta, inoltre, di forze politiche che al momento i sondaggi piazzano su percentuali inferiori all’estrema destra, poco sopra il 10%.
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Così, mentre dall’Italia si guarda a Sánchez come a un possibile modello per ricomporre il centrosinistra, le cose sono ben più complesse ed anche in Spagna l’unità progressista resta una questione irrisolta. La crisi della sinistra spagnola, tuttavia, mostra quanto l’immagine di una Spagna progressista e politicamente più coesa dell’Italia sia, almeno in parte, un’illusione, favorita negli ultimi anni da alcune circostanze, dalla legge elettorale al maggior peso dei partiti regionali.
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Lorenzo Pasqualini
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