Referendum in Spagna: una rarità rispetto all’Italia ed un modello diverso, il confronto

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Domenica 8 e lunedì 9 giugno 2025, decine di milioni di italiani sono chiamati al voto per votare 5 diversi referendum abrogativi. Si tratta di uno strumento molto usato in Italia negli ultimi decenni, ma qual è la situazione in Spagna?

In Spagna, i referendum sono previsti dalla Costituzione del 1978, ma il loro utilizzo è stato raro nella storia democratica recente del Paese. A differenza dell’Italia, dove il referendum abrogativo è una forma consolidata di partecipazione popolare, in Spagna questa possibilità non esiste nella pratica, e la consultazione diretta dei cittadini è limitata a casi molto particolari.

Il referendum in Spagna: cosa dice la Costituzione

L’articolo 92 della Costituzione spagnola prevede il referendum consultivo su decisioni politiche di particolare importanza, ma specifica che deve essere convocato dal Re su proposta del Governo, approvata dal Congresso dei Deputati. Ciò significa che non può essere richiesto direttamente dai cittadini, né ha un valore vincolante: il risultato serve a indirizzare politicamente le istituzioni, ma non obbliga a un determinato esito.

Non esiste invece in Spagna il referendum abrogativo, come quello previsto dall’articolo 75 della Costituzione italiana, con cui si può chiedere l’eliminazione totale o parziale di una legge già approvata.

Leggi anche: Referendum abrogativo, lo strumento di democrazia diretta che la Spagna non ha e che molti spagnoli invidiano all’Italia

Quali referendum ci sono stati in Spagna?

Dal ritorno alla democrazia, ovvero a partire dal 1978, si sono svolti soltanto tre referendum a livello nazionale:

  • Il referendum costituzionale del 6 dicembre 1978, con cui i cittadini approvarono la nuova Costituzione democratica dopo la dittatura franchista. Per celebrare questo referendum, molto importante perché segna la rinascita della democrazia spagnola, ogni anno il 6 dicembre è festa nazionale.
  • Il referendum del 12 marzo 1986 sull’adesione della Spagna alla NATO, già avvenuta nel 1982. Fu un caso emblematico di referendum consultivo con un forte impatto politico, anche per l’ambiguità dei socialisti.
  • Il referendum del 20 febbraio 2005 sulla ratifica del Trattato che istituiva una Costituzione per l’Europa. Anche in questo caso, si trattava di un referendum consultivo, con un ampio consenso popolare, ma senza valore vincolante.

Oltre a questi tre casi nazionali, si sono svolti alcuni referendum regionali, tra cui i noti casi in Catalogna (2014 e 2017), ma non riconosciuti ufficialmente dalle istituzioni statali e quindi privi di validità giuridica. Va anche ricordato il referendum sull’autonomia dell’Andalusia nel 1980.

Il caso italiano: oltre 70 referendum nella storia repubblicana

In netto contrasto con la scarsità di referendum in Spagna, l’Italia ha fatto ampio uso di questo strumento democratico. A partire dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946, con cui si scelse la Repubblica al posto della Monarchia, si sono tenuti più di 70 referendum a livello nazionale.

In Italia esistono tre principali tipi di referendum:

  • Il referendum abrogativo, previsto dall’articolo 75 della Costituzione, che consente di abrogare (in tutto o in parte) una legge. È il più frequente e può essere richiesto da almeno 500.000 cittadini o cinque Consigli regionali. I referendum dell’8 e 9 giugno 2025, ad esempio, si tengono dopo che milioni di persone in Italia hanno firmato nei banchetti allestiti nelle piazze.
  • Il referendum costituzionale, previsto dall’articolo 138, che si tiene quando una riforma costituzionale viene approvata senza una maggioranza qualificata in Parlamento.
  • Il referendum consultivo è invece previsto solo in casi molto specifici e a livello locale.

Tra i più noti referendum italiani ci sono quelli sul divorzio (1974), sull’aborto (1981), sulla legge elettorale (1993), sull’acqua pubblica e sul nucleare (2011), e diversi altri su temi sociali, politici ed economici.

Due modelli democratici diversi

Il confronto tra Italia e Spagna mostra due modelli democratici diversi per quanto riguarda la partecipazione diretta dei cittadini. L’Italia, fin dagli anni ’70, ha usato il referendum abrogativo come strumento di pressione politica e cambiamento legislativo, con un forte coinvolgimento popolare.

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In Spagna, invece, il sistema costituzionale ha scelto una via più prudente, limitando l’uso del referendum a situazioni eccezionali e mantenendo un ruolo centrale per le istituzioni rappresentative. Questo approccio riflette anche la particolare configurazione dello Stato spagnolo, con una forte autonomia delle comunità autonome e tensioni territoriali irrisolte, come nel caso catalano.

Il problema del quorum: deve votare il 50% più uno, ma i votanti sono sempre meno

Uno degli aspetti più critici del sistema referendario italiano è rappresentato dal quorum previsto per i referendum abrogativi. La legge stabilisce infatti che affinché il risultato sia valido, deve recarsi alle urne almeno il 50% più uno degli aventi diritto al voto.

Negli ultimi decenni, il raggiungimento del quorum si è rivelato sempre più difficile. Molti referendum sono stati dichiarati nulli proprio per la bassa affluenza, anche in presenza di una netta maggioranza dei voti validi. Questo fenomeno ha alimentato un dibattito ricorrente sull’efficacia dello strumento referendario e sulla necessità di riformarlo, per evitare che l’astensione diventi un mezzo per invalidare l’espressione popolare. In anni recenti, salvo rare eccezioni, la maggior parte dei referendum non ha raggiunto il quorum, confermando una tendenza alla disaffezione e al calo della partecipazione.

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Nel caso dei referendum dell’8 e 9 giugno 2025, inoltre, numerose forze politiche della destra – come quelle che compongono l’attuale governo Meloni – hanno espressamente invitato al non voto per far naufragare il referendum, invece di richiedere il “no” al voto.

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