La Spagna di Sánchez alza la bandiera del no alla guerra, 23 anni dopo le massicce mobilitazioni contro la guerra in Iraq

Sanchez spagna
Il presidente del Governo, Pedro Sánchez, in un momento della sua dichiarazione istituzionale per valutare gli ultimi avvenimenti internazionali. | Pool Moncloa/Borja Puig de la Bellacasa. La Moncloa – 4.3.2026

Madrid, 4 marzo 2026. In un periodo in cui i governi europei si affannano a trovare formule di equilibrio tra i nuovi USA guidati da Trump e i propri principi, mostrandosi fin troppo cauti e timidi di fronte all’aggressività dell’alleato, la Spagna di Pedro Sánchez  ha nuovamente mostrato fermezza, confermandosi come l’attuale unico baluardo rimasto di una Europa che risponde alla forte aggressività statunitense. Sanchez è comparso stamattina davanti alle telecamere dal Palazzo della Moncloa e ha pronunciato quattro parole destinate a risuonare ben oltre i confini iberici: “No a la guerra”.

Da ieri sera, del resto, la notizia di prima pagina su tutti i media spagnoli e internazionali era l’attacco di Trump alla Spagna, per aver detto no all’uso delle sue basi militari come rampa di lancio per le operazioni in Iran. A quattro giorni dall’inizio dell’attacco militare israeliano e americano in Iran, Trump ha attaccato la Spagna minacciando ritorsioni commerciali.

La dichiarazione di Sánchez: nessuna ambiguità

Il presidente del governo spagnolo ha ratificato senza esitazioni la postura di Madrid di fronte alla guerra avviata unilateralmente dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran, al di fuori del diritto internazionale. Il messaggio è stato diretto, anche nei confronti di chi non ha voluto nominare esplicitamente. “No vamos a ser cómplices de algo que es malo para el mundo simplemente por el miedo a las represalias de algunos”.

Una frase costruita come risposta a Donald Trump senza mai citarlo, ma comprensibile a chiunque. La posizione spagnola, ha spiegato il premier, è la stessa tenuta su Ucraina e Gaza: no alla violazione del diritto internazionale, no alla risoluzione dei conflitti con le bombe.

“Repudiamos al régimen de los ayatolás, pero rechazamos este conflicto y pedimos una solución diplomática y política. Lo ingenuo es pensar que la solución es la violencia, ha detto”

Il fantasma dell’Iraq e il “trio delle Azzorre”

Per capire il peso simbolico di questo “no”, bisogna tornare indietro di ventitré anni. Nel 2003, la Spagna di José María Aznar si schierò con George W. Bush e Tony Blair nel tristemente noto “trio delle Azzorre”, avallando l’invasione dell’Iraq — una guerra che si rivelò priva di fondamento giuridico e devastante nelle sue conseguenze.

“El mundo ya ha estado aquí antes. Hace 23 años, otra administración de Estados Unidos nos llevó a una guerra injusta. La guerra de Irak generó un aumento drástico del terrorismo, una grave crisis migratoria y económica. Ese fue el regalo del trio de las Azores, un mundo más inseguro y una vida peor.”

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La Spagna pagò un caro prezzo per la partecipazione nella guerra statunitense contro l’Iraq: nel marzo del 2004 ci furono infatti i sanguinosi attentati di Madrid e il tentativo dell’allora governo di Aznar (Partito Popolare) di dare la colpa al gruppo terrorista basco ETA, anche quando era ormai evidente che si era trattato di terrorismo jihadista, alle soglie delle elezioni generali (che poi vinse il socialista Zapatero).

Sánchez rivendica per la Spagna la parte opposta della storia, quella che nel 2003 scese in piazza in milioni a dire “no alla guerra” e che oggi, secondo lui, deve tornare a farsi sentire.

Le basi militari americane e gli aerei spostati

Negli ultimi giorni, il rifiuto spagnolo di mettere a disposizione le proprie basi militari per le operazioni statunitensi contro l’Iran ha prodotto conseguenze concrete e immediate: Washington ha dovuto riposizionare alcuni dei propri aerei militari, dirottandoli verso altre basi alleate nel Mediterraneo e nel Golfo. La Spagna ha basi di rilevanza strategica per gli Stati Uniti — Rota e Morón de la Frontera tra le più importanti — e il diniego spagnolo ha creto oggettivi problemi logistici all’alleato americano. Trump ha però risposto rabbiosamente minacciando rappresaglie commerciali e scagliandosi nuovamente contro la Spagna.

Cosa rischia la Spagna

Sul piano diplomatico, i rapporti con Washington si trovano già da mesi in una fase di tensione. L’amministrazione Trump ha dimostrato in più occasioni di non esitare a usare strumenti economici — dazi, pressioni commerciali, esclusioni da accordi — come leva nei confronti degli alleati che non si allineano. Del resto il governo socialista di Pedro Sanchez è all’opposto del governo Trump come orientamento politico.

Sul piano della difesa, la Spagna è membro della NATO e dipende dall’ombrello di sicurezza atlantico. Un deterioramento dei rapporti con gli USA potrebbe avere ripercussioni sull’accesso a tecnologie militari, sulla cooperazione in materia di intelligence e sulla stessa credibilità del paese nell’Alleanza.

Sul piano economico, gli Stati Uniti restano un partner commerciale di primaria importanza. Eventuali ritorsioni tariffarie, già ventilate da Trump verso altri paesi europei riottosi, potrebbero colpire settori chiave dell’export spagnolo.

Perché Sánchez ha scelto questa strada

La risposta è insieme politica e di calcolo. Ideologicamente, Sánchez guida un governo di coalizione progressista che ha nel pacifismo e nella difesa del diritto internazionale due pilastri identitari difficili da sacrificare senza lacerare la propria base elettorale.

Politicamente, la guerra in Iran è impopolare in Spagna — come in gran parte dell’Europa occidentale — e posizionarsi come voce critica in un continente che fatica a trovare una postura unitaria può valere dividendi di consenso interni.

La Spagna andrà alle urne nel 2027 per elezioni generali, e da molti mesi i sondaggi indicano con chiarezza l’avanzata dell’estrema destra e una probabile maggioranza assoluta del blocco dei partiti di destra, dal PP a Vox. La posizione di Sanchez contro Trump potrebbe però rispostare alcuni voti di sinistra delusi, e rafforzarlo nuovamente in un periodo non proprio roseo.

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Lorenzo Pasqualini

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