G8 di Genova, 25 anni fa una grande mobilitazione internazionale: c’erano anche tanti spagnoli e un giovane Pablo Iglesias, futuro leader di Podemos

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Genova – Fatti del G8 del 20 luglio 2001 – Carica della polizia a Corso Torino. foto: Wikimedia Commons.

Venticinque anni fa, dal 19 al 21 luglio 2001, Genova diventava il centro del mondo. Il vertice del G8 richiamò in città una mobilitazione internazionale enorme: centinaia di migliaia di persone arrivate da tutta Europa per protestare contro le politiche del “neoliberismo globale”, all’apice di una mobilitazione iniziata due anni prima con il “popolo di Seattle”. Le giornate di Genova sono ricordate per la grandissima rete di associazioni, organizzazioni e realtà della società civile italiana e internazionale che si mobilizzarono per denunciare gli effetti di un sistema economica capitalista arrivato al suo momento di massima potenza.

I manifestanti del movimento no-global appartenevano a centinaia di sigle diverse (Genova Social Forum, Tute Bianche, Rete Lilliput, Cobas, ONG, sindacati, gruppi cattolici e pacifisti, nel solo caso italiano, ma anche tante realtà estere) unite dalla contestazione al modello di globalizzazione neoliberista: protestavano contro le politiche economiche e sociali occidentali ritenute responsabili di ingiustizie e diseguaglianze insopportabili tra Nord e Sud del mondo e di un saccheggio senza precedenti delle risorse naturali per i profitti di pochissimi.

“Voi G8, noi 6 miliardi”

Uno degli slogan del movimento era infatti “Voi G8, noi 6 miliardi”, insieme ad altri come “un altro mondo è possibile” e “il nostro mondo non è in vendita”. Lo slogan venne coniato durante una delle riunioni preparatorie del Genoa Social Forum. Il G8 era visto come la celebrazione, nell’epoca della globalizzazione, di un potere di stampo quasi medievale, con otto uomini che si arrogavano il diritto di decidere le sorti dell’intera umanità. Dietro quegli slogan, il movimento metteva in discussione un sistema economico-finanziario ritenuto predatorio e iniquo, il saccheggio delle risorse del sud del mondo, il riscaldamento globale, la scarsa attenzione alla lotta contro l’AIDS, lo sfruttamento del lavoro, le disuguaglianze economiche e sociali, la gestione delle migrazioni e l’eccessivo peso della spesa militare. Tutti temi attualissimi ancora oggi, 25 anni dopo, ma che emergevano con prepotenza in quell’inizio di 2001, prima ancora che gli attentati dell’11 settembre scuotessero il mondo facendo tornare con forza nel mondo le guerre e l’instabilità.

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Il vertice stesso, del resto, aveva all’ordine del giorno la lotta alla povertà globale e la riduzione del debito dei paesi in via di sviluppo, temi che il movimento accusava i grandi della Terra di aggravare più che risolvere. I manifestanti scendevano in piazza anche contro chi quell’ordine politico ed economico lo portava avanti, in un momento di ascesa di governi di destra e centrodestra.

Perché l’enorme mobilitazione del 19-21 luglio 2001 finì nel sangue e nella violenza

Se da una parte le giornate di Genova sono state un momento di straordinaria vivacità dei movimenti e delle realtà associative al di fuori dei partiti politici, dall’altra vengono ricordate come uno dei momenti più drammatici della storia recente italiana, segnato dalla morte del ventitreenne Carlo Giuliani e dalla durissima repressione delle forze dell’ordine.

Amnesty International definì quanto accaduto a Genova “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale”, sostenendo che durante il G8 si verificarono diffuse violazioni dei diritti umani e un uso sproporzionato della forza da parte delle forze dell’ordine. Una valutazione che, negli anni successivi, ha trovato riscontro in diverse sentenze della magistratura italiana e della Corte di Strasburgo.

La morte di Carlo Giuliani

Il 20 luglio 2001, in piazza Alimonda a Genova, il movimento no-global visse il suo momento più drammatico. In un momento di enormi tensioni, che seguivano cariche selvagge da parte della POlizia e in uno scenario che i manifestanti definirpono “cileno” (cariche e violenze senza motivo su manifestanti pacifici e inermi, manganellate contro persone che si trovavano a terra, caroselli molto pericolosi delle camionette delle forze dell’ordine), un manifestante di nome Carlo Giuliani, 23 anni, con il volto coperto da un passamontagna, raccolse un estintore e fece per sollevarlo sopra la testa, come per lanciarlo contro la camionetta dei Carabinieri ferma a pochi metri. In realtà il giovane si trovava a parecchi metri dal camioncino, ma in una situazione di caos il ragazzo venne colpito da un colpo di pistola sparato da un carabiniere a bordo del mezzo.

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Subito dopo, la camionetta, liberatasi dell’ostacolo di un cassonetto, si mise in movimento passando due volte sopra il corpo del giovane. Carlo Giuliani morì così, colpito e poi travolto dal mezzo militare in fuga, diventando in poche ore il simbolo di quelle giornate genovesi. La sua immagine, e il suo nome, sono rimasti da allora legati indissolubilmente alla memoria del G8 di Genova: ancora oggi, nelle manifestazioni che ne ricordano l’anniversario, in piazza Alimonda vengono deposti fiori accanto alla targa a lui dedicata, tra cori come “Siamo tutti Carlo Giuliani”.

La presenza di spagnoli al G8 di Genova

A Genova quei giorni non c’erano solo italiani, ma anche francesi, tedeschi, britannici e spagnoli. Tra i tanti manifestanti spagnoli presenti a Genova in quei giorni c’era anche un giovanissimo Pablo Iglesias Turrión, allora ventiduenne, anni prima di diventare il leader di Podemos (2014) e vicepresidente del governo spagnolo. Iglesias partecipò alle proteste come membro del Movimiento de Resistencia Global e, proprio a Genova, rilasciò quella che sarebbe stata probabilmente la sua prima intervista televisiva: parlò a una TV spagnola per denunciare le violenze subite da alcuni compagni arrestati, raccontando di un manifestante picchiato dentro un furgone blindato della polizia e costretto a gridare “viva il Duce” una volta arrivato in commissariato.

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Il legame di Iglesias con l’Italia non era casuale. L’anno prima, nel 2000, aveva trascorso un periodo di studio con una borsa Erasmus all’Università di Bologna, dove era entrato in contatto con il movimento antagonista italiano, in particolare con le Tute Bianche, i centri sociali che proprio a Genova ebbero un ruolo di primo piano nelle giornate di protesta. Quell’esperienza lasciò un segno profondo: anni dopo, nel 2003, Iglesias dedicherà proprio alle Tute Bianche e alle loro tattiche di disobbedienza civile la sua tesi di dottorato.

A vent’anni di distanza, nel luglio 2021, fu ancora un giornale italiano a raccogliere una testimonianza importante di Iglesias su quei giorni. Dopo essersi ritirato dalla politica spagnola in seguito alla sconfitta alle elezioni regionali di Madrid del 4 maggio 2021, l’ex leader di Podemos ruppe il silenzio pubblico proprio in occasione del ventennale del G8 genovese, con un’intervista a Francesco Olivo per La Stampa: la prima dopo il suo addio alla scena politica. In quell’occasione Iglesias commentò anche il proprio passo indietro, definendolo non una sconfitta ma la scelta di stare “dove posso essere utile”.

A distanza di venticinque anni, il G8 di Genova resta dunque un capitolo che intreccia la storia italiana con quella di una parte della sinistra spagnola: un episodio fondativo per una generazione di attivisti che, come Iglesias, da quelle piazze avrebbe poi portato in patria l’eredità di quella mobilitazione, trasformandola anni dopo in un progetto politico capace di raccogliere milioni di voti.

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