Intervista a Telmo Pievani: “in Spagna l’ultima fiammella dell’ultima specie umana non Sapiens”

Telmo Pievani

Il 7 novembre del 2018, nell’ambito della Settimana della Scienza, l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid ha organizzato la conferenza “Homo sapiens, la specie bambina“, presentata da Telmo Pievani, filosofo della scienza, divulgatore ed esperto in evoluzionismo, autore di numerosi libri.

Ci siamo incontrati con Telmo Pievani prima dell’evento, negli eleganti spazi dell’antico edificio dell’Istituto Italiano di Madrid situato a due passi dal Palazzo Reale e da Plaza Mayor.

Intervista a cura di Lorenzo Pasqualini.

A questo link la traduzione in spagnolo.

Telmo Pievani a Madrid, l’intervista

Buongiorno Telmo Pievani e benvenuto a Madrid. È la prima volta che vieni qui?

Come conferenziere sì, ma sono venuto già tante volte.

Questa sera presenterai un incontro dal titolo “Homo sapiens la specie bambina”. Tratterai delle più recenti scoperte nel campo dell’evoluzione umana. Si continuano a scoprire cose nuove sulla storia della specie umana?

La paleoantropologia è una delle discipline in più rapido aggiornamento. Per questo mi appassiona molto anche come filosofo della scienza. I manuali che si usavano all’università 10 anni fa, ma anche 5-8 anni fa, sono da riscrivere completamente. Abbiamo scoperto tre, quattro specie umane nuove negli ultimi 5-6 anni. È cambiato tutto il modello di riferimento. Sono arrivati i nuovi dati molecolari, che arrivano a oltre centomila anni fa. L’antropologia molecolare adesso è strettamente intrecciata con la paleontologia.

È un campo che è cambiato completamente. Il mio ruolo da filosofo della scienza ed evoluzionista è cercar di capire cosa sta succedendo e soprattutto mettere insieme linguaggi diversi. L’evoluzione umana viene ricostruita da scienziati che si occupano di fossili, da biologi molecolari, da bioinformatici, archeologi, biogeografi, climatologi. Discipline quindi molto diverse. Servono quindi modelli che riescano a tenere insieme dati diversi.

Soffermandoci un momento sul titolo dell’evento di oggi, perché “specie bambina”?

Mi hanno chiesto di scegliere come tema l’infanzia perché la Settimana della Scienza di Madrid, quest’anno, ha come tema principale l’infanzia. In chiave evolutiva questo mi fa molto gioco perché la specie Homo sapiens è una specie bambina sia dal punto di vista evolutivo, filogenetico, che dal punto di vista del processo di sviluppo. Siamo una specie molto giovane, ultimo ramoscello di un cespuglio complicato, di forme che si sono ramificate fino a pochissimo tempo fa. Fino a pochissimo tempo fa condividevamo il pianeta con almeno altre tre specie umane diverse da noi, e questa è una delle grandi novità che ha sconvolto la paleoantropologia negli ultimi anni.

E siamo una specie bambina anche dal punto di vista del processo di sviluppo, ontogenetico. Una delle caratteristiche fondamentali che ha separato il genere Homo dal resto degli ominini è stato questo ulteriore rallentamento del processo di crescita, che si chiama neotenia, per cui le forme adulte tendono a mantenere sempre di più i caratteri giovanili, e questo è stato un segreto di grande successo per noi. Quindi noi siamo la scimmia che rimane più a lungo nel periodo di infanzia e adolescenza, fra tutte. È un adattamento molto costoso, perché implica che tu hai cuccioli fragili e totalmente dipendenti dai genitori per molto tempo, quindi è costoso, ma ci dà vantaggi importanti, come l’evoluzione culturale, il gradimento, il gioco.

Una delle cose forse più affascinanti della storia umana è l’enorme peso che hanno avuto le migrazioni. La domanda è: la storia della nostra specie ci può insegnare qualcosa, rispetto al grande fenomeno delle migrazioni attuali, un tema di grande attualità?

Le migrazioni in passato venivano sottovalutate nel quadro dell’evoluzione umana. Si studiava l’evoluzione umana guardandola solo dal punto di vista del tempo, genealogico. Però avevamo sottovalutato l’altro lato dell’evoluzione: quello geografico. L’evoluzione non si dipana solo nel tempo ma anche nello spazio.

Il fatto che fino a cinquanta millenni fa (l’altro ieri, dal punto di vista evolutivo, ancor di più in termini geologici), Homo sapiens condivideva la terra con altre specie umane, si spiega soltanto con le migrazioni. Negli ultimi anni abbiamo capito che Homo sapiens è stata l’ultima ondata migratoria fuori dall’Africa, preceduta da ondate precedenti, almeno due, una circa 2 milioni di anni fa e l’altra circa 800.000 anni fa (con l’Homo heidelbergensis importantissimo anche nei siti spagnoli), e poi l’ultima, la migrazione del Sapiens fuori dall’Africa. Quando l’Homo sapiens esce dall’Africa trova i discendenti di chi era migrato nelle precedenti ondate migratorie.

Noi siamo migranti da due milioni di anni. Migrare è quindi un carattere connaturato al genere Homo

Noi siamo migranti da due milioni di anni. Migrare è quindi un carattere connaturato al genere Homo. Poi, il motivo di questo è difficile da ricostruire. Forse perché il genere Homo doveva adattarsi a un clima molto instabile. A partire dal Pleistocene iniziano le fasi delle oscillazioni climatiche e tutto cambia molto rapidamente: le fasce di vegetazione si spostano, il deserto si allarga, le risorse si spostano. E noi sappiamo che nei mammiferi (e non solo) spostarsi è una strategia adattativa in un contesto instabile. Dal migrare abbiamo imparato l’adattabilità, la flessibilità. Molte delle caratteristiche che ci rendono umani sono figlie del fatto che noi siamo migranti.

L’Homo sapiens è quello che ha migrato più di tutti, ed ha fatto del migrare la sua strategia. E anche peraltro dell’invadere nicchie ecologiche già occupate da altre specie umane.

Il collegamento con l’immigrazione di oggi c’è, ma va contestualizzato correttamente

Il collegamento con l’immigrazione di oggi c’è, ma va contestualizzato correttamente. Le migrazioni di oggi sono diverse da quelle paleolitiche: sono intenzionali, molto più veloci, ma qualche elemento in comune c’è. La geografia, per esempio, è sostanzialmente la stessa. Le principali migrazioni antiche, paleolitiche, partivano tutte dall’Africa sub sahariana, attraversavano il Sahara per poi risalire al Mediterraneo e Medio oriente e infine in Asia ed Europa. Che non è molto diverso da quel che succede oggi. E l’altro filo comune, profondo, è il clima. Il clima c’è sempre come elemento fondamentale. Sia per quelle preistoriche, che per quelle di oggi. Secondo i dati delle Nazioni Unite quasi l’80% delle persone che sono obbligate a spostarsi, lo fa per i cambiamenti climatici. Ovviamente la grossa differenza è che oggi questi cambiamenti climatici sono indotti dalla nostra specie.

Prima parlavamo degli enormi passi avanti fatti nello studio della storia umana negli ultimi anni. Tuttavia, intorno all’evoluzionismo troviamo un  certo accanimento, un tentativo di mettere in dubbio le basi dell’evoluzione delle specie, peraltro non su basi scientifiche. Questo però non accade con altre teorie scientifiche, come ad esempio quelle della fisica. Come mai, questo accanimento contro la teoria dell’evoluzione?

Charles Darwin

I più importanti negazionismi come dici tu oggi non riguardano l’astrofisica o la fisica e questo è strano. Scoprire che abitiamo nel terzo pianeta di un sistema solare qualsiasi, ai margini di una galassia qualsiasi, circondati da migliaia di pianeti extra solari che potrebbero ospitare la vita, dovrebbe farci provare un senso di disorientamento, di solitudine, far riflettere sul fatto che non siamo al centro dell’universo, in un luogo unico. Invece la teoria dell’evoluzione continua a suscitare queste opposizioni.

L’altro campo in cui i negazionisti sono forti è quello del cambiamento climatico. In quel caso probabilmente l’elemento fondamentale è che riconoscere questo impatto di origine antropico ci spinge a cambiare modello di vita, cambiare modelli di sviluppo, e questo dà fastidio.

Per quanto riguarda l’evoluzione, secondo me da un lato ci sono le opposizioni religiose, che però non bastano a spiegare tanta opposizione.

Per esempio, nel mondo cattolico c’è stata una grande evoluzione nelle posizioni, cosa che non accade nel mondo musulmano. Secondo me l’aspetto religioso non è l’unico.

Il motivo religioso non basta a spiegare tanta opposizione. Lo diceva già Darwin: c’è anche un problema cognitivo. La teoria è difficile, va contro il nostro senso comune.

Già Darwin lo disse: per lui esiste anche un problema di contro intuitività. La teoria è difficile, va contro il nostro senso comune. Noi abbiamo una mente teleologica, ricostruiamo gli eventi in fila, in modo ordinato, finalistico. L’evoluzione invece ti spiega che una serie di fattori come variazioni casuali, pressioni selettive ecologiche contingenti, cambiamenti ambientali contingenti, svolte casuali, adattamenti a contesti più diversi alla fine producono la meravigliosa biodiversità sulla terra, compresi noi. Per cui c’è un problema cognitivo. Darwin del resto già lo avevo detto: perché la gente accetti la nostra teoria serviranno generazioni. Passato un secolo e mezzo in molti ancora non accettano una realtà, perché non è più una teoria è una realtà.

Hai puntualizzato che questa non è una teoria, ormai è una realtà.

Una teoria scientifica corroborata e consolidata non è un’opinione, diventa un’idea consolidata. Ma questo si fa molto fatica a farlo capire al pubblico. Il consenso scientifico è quella situazione per cui dopo generazioni di lavoro i ricercatori arrivano ad avere un’idea consolidata per spiegare un certo tipo di fenomeni. Poi questa spiegazione consolidata e corroborata potrà in futuro esser integrata, rivista, aggiornata. La scienza non è mai statica, ha sempre un processo di revisione. Però questo non significa che non sia fortemente consolidata e corroborata da dati convergenti. Quindi, che i vaccini non producano autismo non è un’opinione, ma un dato di fatto, consolidato da una serie di dati oggettivi, come si dice nella scienza, oltre ogni ragionevole dubbio.

Il problema è che spesso in televisione o sui giornali si mettono di fronte scienziati e non, come se si trovassero sullo stesso piano.

Quello è un errore gravissimo della comunicazione. Tu hai davanti un pubblico di non esperti, e se gli metti davanti due voci che non stanno sullo stesso piano perché una è competente in materia e una no, il pubblico mette tutto sullo stesso piano. Quindi se un talk show è preparato così, anche prima che chiunque abbia aperto bocca, tu già come giornalista hai fatto disinformazione, il set che hai preparato è scorretto.

Prima abbiamo parlato delle migrazioni. Un altro tema importantissimo è il nostro rapporto con l’ambiente. L’ambiente condiziona in maniera fortissima l’evoluzione delle specie. Quando però si verificano dei cambiamenti ambientali troppo marcati e rapidi, l’evoluzione può interrompersi, ci può essere addirittura l’estinzione. La domanda è: la specie umana con le sue azioni, sta mettendo a rischio la sua stessa esistenza e quella di altre specie? Ed è mai successo?

No, non è mai successo. L’Homo sapiens, io l’ho scritto in passato, se continua così può diventare la prima specie ad essersi auto minacciata da sola. L’evoluzione presa at large è sempre un equilibrio fra una spinta dal basso, che è quella della diversità genetica e delle capacità di riproduzione e quindi di diffusione della popolazione, ed il contesto ambientale. Tutte le dinamiche evolutive sono in questa logica.

Se una specie è abituata a vivere nella sua nicchia ecologica e la sua nicchia viene perturbata troppo rapidamente, non ha il tempo a reagire a questa perturbazione. Cosa che peraltro è già successa a quelle specie umane di cui parlavamo prima e che si sono estinte. Qualche volta, per fortuna raramente, questo cambiamento avviene a scala globale. A quel punto il gioco evolutivo un po’ salta.

Cosa c’è di paradossale oggi: che secondo i dati pubblicati sulle più importanti riviste scientifiche del mondo, per le attività umane stiamo riducendo a tal punto la biodiversità, che abbiamo già fatto fuori quasi il 30% delle specie esistenti sulla Terra. Questo non era mai successo nell’evoluzione. Questa è quindi la sesta estinzione di massa, e si sta svolgendo a una rapidità mai vista prima. Prima le estinzioni accadevano nell’arco di millenni, ora si sta svolgendo nell’arco di secoli e decenni.

Ora, la cosa assurda in tutto questo qual è. Le estinzioni di massa ci sono sempre state ed anzi se non ci fossero estinzioni non ci sarebbe speciazione. Sono dei momenti in cui vengono spazzate via molte specie, e le specie sopravvissute trovano un mondo, molto spazio, c’è esplosione di biodiversità.

La cosa assurda è che questa estinzione la stiamo creando noi. E i danni peggiori li avremo noi. Gli ecosistemi saranno sempre più poveri, avremo effetti sul ciclo dell’acqua, sulla fertilità suoli, sull’impollinazione. Gli insetti impollinatori si stanno riducendo sempre più, e questo avrà grandi ripercussioni sulle colture.

Può dare degli spunti a chi leggerà questa intervista con qualche nome di personalità, studioso dell’evoluzionismo e della storia della specie umana che permetta di addentrarsi in questo affascinante mondo?

Per approfondire l’evoluzione umana, sicuramente consiglierei Ian Tattersall, che ha questa capacità di ricostruire la complessità dell’evoluzione umana straordinaria. Ha pubblicato anche in spagnolo e italiano. In Spagna, visto che ci troviamo qui, sicuramente Arsuaga, ricercatore e bravissimo divulgatore scientifico. E poi per l’evoluzione in generale io consiglio di rileggere Stephen Jay Gould. I suoi libri sono magistrali.

Ancora una domanda a cavallo fra Italia e Spagna, ci puoi suggerire un tour nella Spagna dei giacimenti preistorici?

In Spagna ce ne sono tantissimi, c’è l’imbarazzo della scelta. Atapuerca, vicino Burgos, è un santuario, puoi vedere tutte le stratificazioni del popolamento a varie fasi della Penisola iberica e quindi dell’Europa, una cosa rarissima. Prima Homo antecessor, poi Homo heidelbergensis, neanderthal e poi sapiens. Pochi siti in Italia hanno una situazione del genere, e non con quella dimensione.

Il museo dell’evoluzione umana di Burgos è il migliore al mondo in quel campo

E poi a pochi km dal giacimento c’è il museo di Burgos, il museo dell’evoluzione umana più bello d’Europa, il migliore al mondo.

Poi farei un giro della zona cantabrica per visitare l’arte rupestre di Homo sapiens, ma forse anche neanderthaliana, bisogna vedere i risultati di nuovi studi molto recenti. Probabilmente in Spagna il Neanderthal aveva iniziato a fare pitture rupestri. E poi concluderei con Gibilterra, sempre nella Penisola iberica, perché qui siamo ormai sicuri che è stato l’ultimo luogo dove sono sopravvissuti gli ultimi Neanderthal.

altamira
Arte rupestre nella grotta di Altamira, in Spagna

A Gibilterra c’è stata l’ultima fiammella dell’ultima specie umana non Sapiens, un nostro cugino. Da quel momento siamo rimasti gli unici umani sulla Terra.

Quando ormai si erano estinti in tutta Europa, una piccola popolazione di Neanderthal, pochi clan familiari, ancora restavano a Gibilterra in queste grotte bellissime che danno verso sud. E qui, probabilmente ignari di quanto accadeva nel resto d’Europa e della Spagna, cacciando molluschi e foche, se la sono cavata ancora per qualche millennio. E poi, non si perché, non si sono mossi da lì, io mi chiedo sempre perché non sono andati dall’altra parte.

A Gibilterra quindi c’è stata l’ultima fiammella dell’ultima specie umana non Sapiens, un nostro cugino, e da quel momento in poi siamo rimasti gli unici umani sulla Terra. Però è successo 38-40 millenni anni fa. Quindi fino a cinquanta millenni in Spagna c’era un’altra specie umana che girava, che viveva, che non eravamo noi, intelligente come noi però a modo suo, e questo è sempre una cosa molto importante da ricordare perché evoluzione è diversità.

I libri di Telmo Pievani

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Lorenzo Pasqualini

Madrid
Giornalista freelance, geologo, scrive soprattutto di Ambiente, Scienze e Spagna. Fondatore e redattore de El Itagnól, collabora con diverse testate italiane. Vive in Spagna da anni.

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